L’oro è salito di 300 dollari in sette giorni, un balzo del 7,4% che porta l’oncia a 4.373 dollari e al livello più alto da oltre due mesi. Il rialzo, riportato da Investireoggi.it, arriva mentre tornano le tensioni legate allo Stretto di Hormuz, corridoio marittimo tra Golfo Persico e Oceano Indiano da cui transita una parte rilevante del petrolio mondiale. Il Brent è tornato vicino ai 90 dollari al barile.
Il movimento sembra in controtendenza rispetto agli ultimi mesi. Da quando Stati Uniti e Iran sono in conflitto, episodi simili hanno quasi sempre spinto il metallo al ribasso. Il timore era quello di una stretta sui tassi a livello globale. Questa volta i rendimenti obbligazionari sono comunque saliti: il BTp decennale offre ora il 4%, il Treasury di pari scadenza il 4,72 per cento. Sono condizioni che in teoria avrebbero dovuto pesare su un asset come l’oro, che non paga cedola.
La spiegazione principale sta nel dollaro, che nelle ultime due settimane si è indebolito contro le principali valute internazionali. Dietro il calo del biglietto verde c’è la revisione delle attese sulla Federal Reserve. I dati sull’occupazione statunitense di luglio sono usciti molto più deboli del previsto, e il mercato non dà più per scontato un aumento dei tassi in settembre, né una sequenza di rialzi entro la fine dell’anno. L’oro, che non offre alcun rendimento, torna così attraente quando gli asset a cedola perdono margine di manovra.
Il quadro che emerge non è di un’inflazione sotto controllo. È un rischio che torna a farsi sentire con il rincaro dell’energia, e che le banche centrali sembrano meno disposte a contrastare con decisione. La Fed è pronta a usare i dati deboli sul mercato del lavoro come pretesto per non stringere ulteriormente la politica monetaria, e questo scenario restituisce smalto all’oro come riserva di valore.
Il rally regge finché restano deboli anche i prossimi dati sul mercato del lavoro americano. Se il rapporto di settembre sorprende al rialzo, l’ipotesi di un aumento dei tassi torna sul tavolo, il dollaro potrebbe recuperare terreno e la spinta che oggi sostiene l’oro verrebbe meno.
Anche l’argento ha corso di più: +8,5% nella settimana, fino a 64,50 dollari l’oncia. Il rapporto oro-argento è calato a 67,8, ma resta ben lontano dal minimo di 46 toccato a fine gennaio. Il metallo bianco ha recuperato quota fino ai valori di giugno, pur restando a circa la metà del suo record storico.
Il rialzo dell’argento ha un risvolto meno ovvio. Il metallo serve anche nell’elettronica di consumo, nei data center per l’intelligenza artificiale e nella transizione energetica: il suo apprezzamento è quindi un segnale, per quanto cauto, di fiducia sulla domanda industriale globale. Chi ha oro fisico o quote di un fondo che replica il prezzo delle materie prime vede il valore della propria posizione muoversi con questi annunci, anche senza compiere alcuna operazione. Per chi ha oro o argento in portafoglio, la variabile da seguire nei prossimi giorni è la prossima mossa della Fed sui tassi, non il prezzo del metallo in sé. È quella mossa a stabilire se il rally prosegue o si esaurisce.
Dati e analisi riportati da Investireoggi.it in un articolo di Giuseppe Timpone dell’11 agosto 2026.