La legge Capitali (legge n. 21/2024) è ormai pienamente operativa e i suoi effetti sul listino milanese cominciano a essere misurabili, come ricostruisce Money.it in un’analisi pubblicata il 27 agosto. Il testo ha riscritto parti del Testo unico della finanza per rendere più semplice l’ingresso in Borsa delle piccole e medie imprese e frenare le uscite verso i mercati esteri. A due anni dall’entrata in vigore, i risultati sono misti: alcune misure funzionano, altre no.

Il cambiamento più immediato riguarda la definizione di PMI quotata. Il tetto di capitalizzazione che permette di restare classificati come PMI è raddoppiato, passando da mezzo miliardo a un miliardo di euro. Chi supera quella soglia per tre esercizi di fila perde lo status e con esso gli obblighi semplificati riservati alle imprese più piccole. L’effetto pratico è un numero più ampio di società che possono restare a lungo nel regime agevolato, con meno carichi burocratici da sostenere per continuare a essere quotate.

Sul fronte del debito, le società per azioni ora possono contare anche sull’aumento di capitale già iscritto al Registro delle imprese per calcolare il limite alle nuove obbligazioni, senza dover approvare un bilancio straordinario apposito. Le srl che vendono titoli riservati a investitori professionali, dal canto loro, non sono più vincolate ad alcune garanzie. Più incisivo è il rafforzamento del voto plurimo: per le società non quotate, il tetto dei voti assegnabili a ogni azione sale da tre a dieci, e la stessa soglia vale adesso anche per il voto maggiorato, una volta trascorsi dodici mesi di possesso. Un fondatore può così raccogliere capitale fresco senza diluire il proprio controllo, uno degli ostacoli più citati da chi finora aveva preferito restare privato.

La norma più discussa riguarda le liste di candidati proposte dal consiglio uscente per il proprio rinnovo: servono ora il via libera di due terzi del board e un numero di nomi superiore a un terzo dei posti disponibili. Se quella lista vince il voto in assemblea, l’assegnazione dei seggi passa da due passaggi: prima si sceglie la lista, poi i singoli candidati in base alle preferenze ricevute. Per proteggere le minoranze, se queste superano quota 20% dei voti, i seggi si dividono proporzionalmente tra le liste che vanno oltre il 3%; altrimenti la lista più votata si tiene comunque almeno un quinto dei posti. Alcuni investitori istituzionali considerano il doppio voto un rischio di scontri tattici in assemblea, anche se lo giudicano necessario per bilanciare il potere del consiglio uscente.

Sul bilancio complessivo, i benefici più concreti restano quelli per le PMI: più aziende idonee al regime semplificato, più margine per restare quotate a lungo. L’obiettivo dichiarato della riforma, invece, cioè fermare le uscite dal listino di Milano, non risulta centrato, e secondo alcuni osservatori il rafforzamento del voto plurimo potrebbe persino incoraggiarle. Un centro di ricerca dell’Università Cattolica, FinGov, ha pubblicato uno studio secondo cui il maggior potere lasciato agli azionisti di controllo allontana fondi e investitori esteri dal listino milanese. Il centro segnala che, al momento, non ci sono segnali chiari di un aumento della liquidità sui titoli coinvolti, anche se ammette che il periodo di osservazione resta breve per un giudizio definitivo.

Chi ha in portafoglio azioni di PMI quotate su Euronext Growth Milan dovrebbe controllare se la società supera già la nuova soglia da un miliardo di euro, perché in quel caso perderà tra tre anni gli sgravi che ne hanno accompagnato la crescita in Borsa.

Secondo la ricostruzione pubblicata da Money.it il 27 agosto 2026, gli effetti della legge Capitali sulla Borsa italiana restano parziali a due anni dalla sua entrata in vigore.