Il mercato del lavoro non si sta restringendo per colpa dell’intelligenza artificiale: sta cambiando le regole con cui si accede a un impiego. Lo dice il cosiddetto Future of Jobs Report, l’indagine periodica del World Economic Forum sul lavoro globale: entro il 2030 nasceranno 170 milioni di posizioni nuove, mentre 92 milioni verranno eliminate, per una differenza netta positiva di 78 milioni di posti. Nello stesso periodo, il 39% delle competenze di base richieste ai lavoratori sarà diverso da oggi.
Andrea Unger, di formazione ingegnere e quattro volte iridato nel trading algoritmico, osserva la stessa dinamica da oltre vent’anni nel settore in cui lavora. Le macchine che eseguono operazioni finanziarie senza intervento umano, spiega, non hanno reso superflua la competenza delle persone: l’hanno spostata a monte, nella scelta di cosa affidare al software e con quali criteri giudicarne i risultati. Un algoritmo esegue senza sosta la stessa istruzione, anche migliaia di volte, senza mai stancarsi: se l’istruzione di partenza è sbagliata, la ripete con la stessa rapidità con cui ripeterebbe quella corretta.
Prima di diventare un trader professionista, Unger ha lavorato per anni dentro una grande azienda multinazionale: un’esperienza che gli ha permesso di vedere da vicino quali mansioni si prestano davvero all’automazione e quali restano legate al giudizio di una persona, alla capacità di prendersi la responsabilità di una scelta.
È in questo spazio che cambia il peso specifico del lavoro delle persone. L’intelligenza artificiale velocizza l’analisi, mette in ordine le informazioni e produce bozze di testo in pochi secondi, ma da sola non può dire se un dato è corretto o se una scelta risponde davvero all’obiettivo di partenza. Senza qualcuno che controlli il processo, quella velocità in più moltiplica gli errori invece di ridurli.
Restano comunque proiezioni, non dati già realizzati: si basano sulle intenzioni di assunzione dichiarate dalle aziende intervistate dal Forum, che possono cambiare quando cambia il ciclo economico.
Per chi lavora oggi, la domanda utile non è se il proprio mestiere sparirà, ma quali compiti al suo interno diventeranno automatizzabili nei prossimi anni. Restano più esposte le attività costruite su procedure ripetibili e regole fisse. Restano meno esposte quelle che partono dal capire un problema prima di affrontarlo, dal porre la domanda corretta e dal giudicare una risposta anche quando sembra convincente solo perché è arrivata in fretta.
Chi si aggiorna professionalmente nei prossimi mesi farebbe bene a scegliere corsi che insegnano a verificare e correggere l’output di uno strumento, non solo a usarlo: quella è la competenza che il mercato pagherà di più quando l’automazione avrà assorbito la parte più ripetibile del lavoro.
Secondo quanto riportato da Panorama il 20 agosto 2026, i dati citati provengono dal Future of Jobs Report del World Economic Forum, ripreso nell’intervista rilasciata da Andrea Unger alla testata.