La pensione minima Inps sale a 619,80 euro mensili nel 2026, tredici mensilità comprese, contro i circa 611 euro dell’anno precedente. L’aumento riguarda l’integrazione al minimo, il meccanismo che coinvolge circa 2,2 milioni di pensionati in Italia. Secondo quanto riportato da QuiFinanza, la misura è già in vigore da inizio anno.

Nonostante il nome comune, l’integrazione al minimo non è una pensione autonoma. Scatta quando un trattamento previdenziale, sia esso di vecchiaia sia di reversibilità, calcolato con le regole ordinarie, non raggiunge la soglia minima fissata per legge: a quel punto l’Inps versa la differenza fino a coprirla.

L’integrazione non spetta a chiunque abbia un’età avanzata. Riguarda chi incassa una pensione, sia di vecchiaia sia di reversibilità, risiede in Italia e ha un reddito sotto la soglia stabilita dall’Inps. Sul fronte anagrafico la via più comune è avere 67 anni e venti anni di versamenti alle spalle; in alternativa basta arrivare a 71 anni con almeno cinque anni di contributi. Non basta quindi un’età minima: conta anche la storia contributiva di ciascuno.

L’aumento del 2026 nasce da due interventi distinti. Il primo meccanismo è il consueto adeguamento all’inflazione, calcolato ogni anno dall’Istat, l’istituto nazionale di statistica, sulla base della variazione dei prezzi al consumo. L’Inps applica poi quel parametro alle pensioni minime dell’anno successivo, che nel 2026 cresce dell’1,4%.

Il secondo intervento è politico. Nel provvedimento di bilancio, il Governo ha stanziato per il 2026 risorse aggiuntive per un ulteriore 1,3% di crescita: una misura legata a quello specifico anno e non un meccanismo automatico destinato a ripetersi ogni anno come il ricalcolo Istat. Sommati, i due interventi spiegano il passaggio dai circa 611 euro del 2025 ai 619,80 euro attuali.

C’è anche lo scenario opposto: se i prezzi al consumo scendono invece di salire, un evento raro chiamato deflazione, le pensioni non si riducono e restano ferme all’importo dell’anno precedente, senza tagli.

Il ricalcolo legato all’inflazione non riguarda solo l’integrazione al minimo: si applica a tutti i trattamenti previdenziali, ma con percentuali diverse secondo l’importo già percepito. Sotto la soglia di quattro volte il minimo l’adeguamento arriva per intero, al 100%. Chi percepisce da quattro a cinque volte quella cifra riceve un adeguamento ridotto al 90%, mentre oltre le cinque volte la percentuale riconosciuta scende al 75%. Chi percepisce già un trattamento elevato assorbe quindi un aumento proporzionalmente più leggero rispetto a chi percepisce cifre più basse.

Per chi si avvicina ai requisiti anagrafici e contributivi, verificare la propria posizione Inps entro fine anno chiarisce se il diritto all’integrazione scatta già nel 2026 con i 67 anni o slitta al passaggio successivo, quello dei 71 anni con soli 5 anni di contributi.

Dati e requisiti riportati da QuiFinanza in un articolo di Matteo Runchi pubblicato il 26 luglio 2026.