Quattro mesi di conflitto in Iran hanno riportato indietro due anni di miglioramento nelle buste paga italiane. Il divario tra la crescita dei prezzi e quella degli stipendi, sceso a 7 punti percentuali a gennaio, è risalito a 9,7 punti a luglio. È lo stesso livello di maggio 2024. Lo riporta ieri Il Sole 24 Ore: il dato arriva dall’Osservatorio Findomestic, il centro studi della società di credito al consumo, che mette a confronto l’inflazione con le retribuzioni dei lavoratori dipendenti, una platea che copre quasi otto occupati italiani su dieci.
Negli ultimi cinque anni i prezzi al consumo sono saliti del 22,7%, mentre gli stipendi dei dipendenti sono cresciuti solo del 13%. Il momento peggiore di questa forbice risale a dicembre 2022, quando lo scarto tra le buste paga e i prezzi aveva raggiunto i 13,4 punti. Da lì, i rinnovi contrattuali e un’inflazione più lenta avevano recuperato parte del terreno perso.
A gennaio 2026 la tendenza sembrava ancora favorevole ai lavoratori. Poi è arrivata la guerra: le tensioni nello stretto di Hormuz hanno complicato il passaggio delle petroliere e fatto risalire i prezzi delle commodity energetiche. Già nei tre mesi precedenti allo scoppio del conflitto, i redditi disponibili dei nuclei familiari erano cresciuti dell’1,6% sul trimestre precedente, la capacità reale di spesa misurata dall’Istat era salita dello 0,8% e la quota di reddito accantonata aveva raggiunto l’8%.
Quel quadro positivo si è rovesciato quando l’inflazione ha ripreso a correre, fino al 3% di giugno, spinta dal rincaro annuo dell’energia regolamentata, salita del 9,2%, e di quella libera, salita del 13,3%. L’aumento dei prezzi colpisce però in modo diseguale. Nel secondo trimestre l’inflazione ha raggiunto il 3,7% per le famiglie che spendono meno, contro il 2,6% di quelle con budget più alti. Chi dispone di meno risorse spende una quota più ampia del bilancio in energia e beni essenziali, e paga quindi il prezzo più alto dei rincari.
Alex Papi, economista dell’Osservatorio Findomestic, osserva che soltanto tre famiglie su dieci hanno mantenuto lo stesso tenore di vita del 2021. Per il 61%, invece, quel potere d’acquisto è sceso. Gli italiani, spiega Papi, percepiscono correttamente un rincaro che nel giro di pochi mesi ha spazzato via due anni di recupero salariale. Claudio Bardazzi, che guida lo stesso Osservatorio, aggiunge che quattro nuclei su dieci vivono ancora una situazione economica difficile. Riuscire a mettere via qualcosa è un traguardo raggiunto da sei nuclei familiari su dieci, ma resta un’utopia per gli altri quattro.
Le intenzioni di spesa nei prossimi tre mesi sono scese in media del 2,7% a luglio, ma non tutte le voci arretrano allo stesso modo. I viaggi restano la priorità, scelti dal 59% degli intervistati, +2,4 punti sul mese precedente. Seguono, con il 36% e il 33% delle preferenze, i piccoli elettrodomestici e gli attrezzi per il bricolage. Le spese più grandi e facilmente rinviabili cedono invece terreno con decisione: le ristrutturazioni si fermano al 13%, giù di 3,8 punti, mentre gli infissi scendono all’11%, un calo di 4,5 punti. Arretrano anche mobili, telefonia, attrezzatura sportiva e mobilità leggera. Il rincaro dell’energia rilancia però alcune scelte: pannelli fotovoltaici e solare termico salgono al 10%, le pompe di calore toccano il 9% e le caldaie a biomassa o a condensazione guadagnano 2,5 punti.
Chi ha un budget familiare già sotto pressione dovrebbe monitorare la prossima rilevazione Istat sull’inflazione di agosto. Se il rincaro dell’energia non rallenta prima dei rinnovi contrattuali di fine anno, il divario tra prezzi e stipendi rischia di allargarsi ancora.
Dati e dichiarazioni tratti dall’Osservatorio Findomestic, riportati da Gianluca Brazzioli su Il Sole 24 Ore il 28 luglio 2026.