Le banche quotate a Piazza Affari stanno osservando un cambio di scenario che fino a poco tempo fa sembrava improbabile: i tassi tornano a salire e la curva dei rendimenti si irrigidisce, un movimento che nel breve periodo tende a favorire i loro conti. Il guadagno delle banche nasce dalla differenza tra il costo della raccolta e il rendimento degli impieghi, e quella differenza si allarga proprio quando i tassi a lunga scadenza superano nettamente quelli a breve termine.
Fino a pochi mesi fa la traiettoria appariva opposta, con la Banca Centrale Europea impegnata a ridurre il costo del denaro tra il 2024 e il 2025, comprimendo il margine degli istituti. Il conflitto avviato a fine febbraio, con Israele e Stati Uniti contro l’Iran, ha riacceso i prezzi dell’energia e, di riflesso, l’inflazione: nell’area euro i consumatori hanno pagato prezzi più alti del 3,3% ad agosto, un livello che non si vedeva da tre anni.
La BCE ha risposto con due rialzi. Il primo è arrivato l’11 giugno, il primo aumento dal 2023. Il secondo, deciso il 10 settembre, ha portato il tasso sui depositi al 2,50%, in vigore dal 16 settembre. Sul fronte statunitense l’inflazione resta al 3,4%, sostenuta dal prezzo della benzina, e gli operatori stimano vicino al 90% le probabilità che la Federal Reserve annunci oggi un nuovo aumento di 25 punti base, al termine della riunione iniziata ieri.
Anche i rendimenti a lunga scadenza si sono mossi: il BTP decennale ha toccato il 4,38% lunedì, il livello più alto in due anni. È arrivato quasi 190 punti sopra il tasso sui depositi appena fissato dalla BCE, ed è esattamente questo divario, non il singolo rialzo, a determinare se il margine delle banche si allarga davvero.
Nei bilanci, però, l’effetto non si vede ancora. Bper, Mps, Banco BPM, UniCredit e Intesa Sanpaolo hanno chiuso il primo semestre con un utile netto complessivo salito del 3,7% a 15,131 miliardi di euro, mentre il margine da interessi è rimasto pressoché invariato. A tenere alta la redditività sono state le commissioni e il risparmio gestito, non il credito. Secondo Value Partners, i rialzi decisi tra giugno e settembre potrebbero riflettersi sui conti soltanto nei prossimi trimestri.
Lo scenario ha un rovescio della medaglia. Il caro energia, se dovesse tradursi in un rallentamento economico, potrebbe far salire i crediti deteriorati e spingere le banche verso accantonamenti più alti. Pesa inoltre il forte possesso di titoli di Stato italiani da parte delle banche: quando i rendimenti salgono, il valore di mercato di quei titoli in portafoglio scende, con riflessi sul patrimonio. Resta poi lo spread con il Bund tedesco, salito a 88 punti l’11 settembre, una variabile da monitorare da vicino.
La questione riguarda l’intero listino milanese, non solo chi investe in azioni bancarie. Il comparto bancario pesa per circa il 38% del valore complessivo del FTSE MIB, secondo una stima di Milano Finanza, quota che arriva al 50% se si aggiungono le assicurazioni.
Chi ha un portafoglio legato all’indice italiano dovrebbe seguire da vicino l’esito della riunione della Fed di oggi e le prossime mosse della BCE: sono questi due appuntamenti, insieme all’evoluzione dello scontro in Medio Oriente, a decidere se la curva continuerà a irripidirsi nelle prossime settimane.
Dati e analisi tratti da un articolo di Tommaso Scarpellini pubblicato su Money.it il 15 settembre 2026.