Secondo un’analisi di Money.it, il debito pubblico israeliano ha superato quota 1.400 miliardi, in shekel, alla fine di agosto 2026: circa 330 miliardi in più rispetto ai livelli di prima dell’autunno 2023, quando si è aperto il conflitto a Gaza. Il totale complessivo, enti locali compresi, aveva già toccato 1.444,4 miliardi di shekel a fine 2025, il 68,4% del prodotto interno lordo israeliano. Nei primi tre mesi di quest’anno lo stock è cresciuto ancora, superando 1.448,6 miliardi, con oltre 200 miliardi denominati in valute estere.
Le proiezioni internazionali non lasciano molto margine all’ottimismo. Il Fondo Monetario Internazionale ha chiuso a giugno la revisione periodica dei conti pubblici israeliani, pubblicandone l’esito all’inizio di luglio: il rapporto tra debito e PIL viene collocato al 70,1% per quest’anno; per il 2027 la stima sale al 70,7%, e senza un taglio credibile alla spesa pubblica la rotta potrebbe avvicinarsi al 74% verso il 2031. La banca centrale d’Israele offre una lettura più indulgente, ma solo a una condizione precisa: se il bilancio militare non supererà il fondo già accantonato, il rapporto potrebbe stabilizzarsi vicino al 69% nel biennio in corso. Ad agosto quel margine di sicurezza era già sotto pressione da parte del governo di Gerusalemme.
A spingere il debito è il conto delle guerre aperte su più fronti negli ultimi anni. Dal 2023 a oggi, Gaza, Libano e Siria sono costati intorno a 350 miliardi di shekel secondo la stima della banca centrale, a cui si sommano altri 35 miliardi stanziati in primavera per il fronte iraniano. Alla sola difesa sono andati 249 miliardi di shekel, con un peso sul PIL quasi raddoppiato dal 2023 al 2024: da poco più del 5% a oltre l’8%. Il bilancio militare del 2026 resta un cantiere aperto: da un’intesa iniziale vicina ai 112 miliardi ha già raggiunto quota 143-144 miliardi, e verso Ferragosto l’esecutivo discuteva un’ulteriore iniezione capace di portarlo fino a 183-184 miliardi. Un’eventualità che, avverte la banca centrale, spingerebbe il rapporto deficit-PIL fino a oltre il 5,5%, dal 4,9% attuale, e aggiungerebbe circa tre decimi di punto all’inflazione.
Nonostante questo quadro, il mercato continua a comprare debito israeliano, e non solo grazie ai risparmiatori nazionali (le trattenute sullo stipendio dei lavoratori israeliani restano il primo canale di finanziamento dello Stato). Gli Israel Bonds, i titoli non negoziabili riservati alla diaspora e agli enti pubblici esteri, hanno raccolto vendite cumulate per oltre 57 miliardi di dollari entro maggio 2026, con circa metà del volume proveniente da fondi pensione e tesorerie municipali americane. La contea di Palm Beach, in Florida, ha portato da sola il suo impegno cumulato fino al miliardo di dollari. Da settembre 2026, però, il Granducato del Lussemburgo ha interrotto la certificazione dei prospetti che permettevano di venderli nell’Unione europea, chiudendo un canale che valeva oltre 2,5 miliardi l’anno tra il 2024 e il 2025.
Sul fronte istituzionale il segnale più forte resta l’emissione in dollari di gennaio: 6 miliardi collocati in tre scadenze, con richieste sei volte superiori al totale offerto, arrivate da oltre 300 sottoscrittori sparsi in oltre 30 Paesi diversi. Gli spread sui Treasury americani si sono ristretti a 90-125 punti base, quasi ai livelli precedenti la guerra, e tra i sottoscrittori sono tornati anche investitori pubblici mediorientali firmatari degli Accordi di Abramo. I rendimenti seguono lo stesso percorso discendente: il decennale si è fermato, nella seduta del 25 agosto, al 3,85%, contro il 4% abbondante di aprile, in linea con i tagli dei tassi della banca centrale al 3,50% e un’inflazione ferma all’1,5% a luglio.
Per chi guarda ai titoli di Stato israeliani come opportunità di rendimento, il punto da monitorare non è la fiducia dei mercati, che finora ha retto anche ai declassamenti e alle tensioni diplomatiche, ma la traiettoria della spesa militare: se il bilancio 2026 arriverà davvero fino a 183 miliardi di shekel, gli spread appena ristretti hanno poco margine per restare così bassi.
Dati ed elaborazioni tratti da un’analisi pubblicata da Money.it il 26 agosto 2026.