Uno studio dell’Osservatorio Itinerari Previdenziali, presentato al Cnel, quantifica quanto sia concentrato il gettito Irpef in Italia. Chi dichiara oltre 35.000 euro lordi l’anno, quasi il 19% di chi paga le tasse sui redditi, finanzia da solo il 65% dell’imposta raccolta dallo Stato. Il resto della platea fiscale, soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati con redditi medi, copre la parte restante con importi individuali molto più bassi.
I numeri raccontano tre gruppi distinti. Sette contribuenti su dieci restano sotto i 29.000 euro lordi annui e insieme portano il 21,33% del gettito complessivo. Un gruppo intermedio, con redditi da 29.000 a 35.000 euro, pesa per l’11,44% della platea e genera il 13,60% delle entrate. Il terzo gruppo, sopra i 35.000 euro, è il più piccolo per numero di persone ma quello che sposta davvero i conti dello Stato.
Dentro quest’ultimo gruppo la fascia con redditi da 35.000 a 55.000 euro da sola porta il 24,35% del gettito totale, con un versamento medio di 9.815 euro a testa. Chi supera i 100.000 euro versa in media 64.500 euro l’anno e contribuisce per il 22,25% al totale, pur essendo una minoranza ristretta di contribuenti. L’Irpef raccoglie oggi circa 215 miliardi di euro, contro una spesa pubblica per sanità, assistenza e servizi territoriali che supera i 325 miliardi ogni anno.
Sul tavolo del governo c’è la proposta di allargare il secondo scaglione, portando l’aliquota al 33% invece dell’attuale 43% per chi guadagna tra 50.000 e 60.000 euro. Lo ha confermato il viceministro dell’Economia Maurizio Leo, spiegando che il passo successivo dipenderà dalle risorse disponibili e dall’accordo dentro la maggioranza. Le rappresentanze di categoria chiedono di estendere lo sconto fino a 100.000 euro.
Qui nasce il nodo di equità segnalato dal report: la fascia tra 60.000 e 100.000 euro è quella oggi più penalizzata, ma un intervento su quella soglia specifica non aiuterebbe il ceto medio diffuso. Riguarderebbe dirigenza pubblica, alti quadri statali e titolari di pensioni molto elevate, perché è quel gruppo a concentrarsi in quella fascia di reddito da lavoro dipendente o pensione.
Due meccanismi aggravano lo squilibrio. Superare certe soglie di reddito fa perdere di colpo detrazioni e bonus, il che alza l’aliquota reale pagata sull’ultimo euro guadagnato molto più di quanto dica l’aliquota nominale. I redditi da capitale, al contrario, restano tassati con regimi sostitutivi proporzionali più leggeri degli scaglioni ordinari applicati a stipendi e pensioni.
Il report tocca anche l’Isee, la certificazione che oggi serve a più di 10 milioni di famiglie italiane. Cida, l’associazione dei dirigenti guidata da Stefano Cuzzilla, segnala che perdere insieme detrazioni, agevolazioni e prestazioni sociali quando il reddito cresce può diventare una trappola che scoraggia proprio la crescita professionale che dovrebbe premiare. Tra i correttivi proposti: una banca dati unica dell’assistenza gestita dall’Inps, scale di equivalenza aggiornate e una riduzione dei benefici più graduale invece che a scaglioni netti.
Alberto Brambilla guida il Centro Studi Itinerari Previdenziali e aggiunge un ulteriore rischio: se dichiarare il reddito reale significa perdere bonus e prestazioni, cresce l’incentivo implicito a dichiararne meno. Ridurre le aliquote solo per le fasce più alte, avverte il report, non risolverebbe questo problema né i conti pubblici.
Chi è dipendente o pensionato con un reddito tra i 35.000 e i 55.000 euro sta già sostenendo la quota più pesante del sistema in proporzione al proprio numero. Vale la pena seguire chi finirà davvero dentro il prossimo taglio di aliquota, prima di aspettarsi un beneficio diffuso in busta paga.
Dati e dichiarazioni riportati da QuiFinanza giovedì 24 settembre 2026, sulla base dello studio dell’Osservatorio Itinerari Previdenziali presentato al Cnel.