Il Fisco può guardare indietro fino a cinque anni quando controlla un conto corrente, purché l’annualità sia ancora aperta all’accertamento. Il meccanismo che rende possibile la verifica è automatico: un sistema informatico incrocia i dati della dichiarazione dei redditi con l’archivio che raccoglie i rapporti finanziari di ogni contribuente, cioè conti bancari e postali intestati a ciascuno. Capire come funziona serve a distinguere un movimento ordinario da uno che davvero attira attenzione.

Una pronuncia recente della giustizia tributaria ha confermato che l’amministrazione può usare questi software per valutare il rischio anche su annualità già chiuse da tempo, non solo su quella in corso. La conseguenza pratica: chi ha gestito con leggerezza i propri versamenti negli anni scorsi non è al riparo solo perché il periodo sembra lontano.

Il controllo non nasce da un singolo movimento, ma da uno scarto. Il sistema segnala una posizione quando il totale dei versamenti ricevuti durante l’anno è chiaramente sproporzionato rispetto al reddito dichiarato. Tre situazioni concrete fanno salire il livello di attenzione:

  • versamenti di contante ripetuti nel tempo, senza relazione con un’attività d’impresa o una professione;
  • trasferimenti in arrivo da altre persone, quando la descrizione dell’operazione è vaga e non torna con la posizione fiscale di chi li incassa;
  • somme che passano dal conto personale ma appartengono, di fatto, a un’attività societaria o commerciale.

Un versamento isolato che coincide con lo stipendio, con un rimborso già tassato alla fonte o con un prestito tra familiari accompagnato da una causale chiara non fa scattare nulla. Chi riceve un bonifico per la vendita di un’auto usata e scrive nella causale di cosa si tratta ha già ridotto il rischio quasi a zero. Il problema non è versare soldi sul proprio conto: è farlo in modo che nessuno, a distanza di anni, riesca a ricostruire da dove arrivano.

Mischiare le finanze personali con quelle di una società resta l’errore più penalizzato: far transitare gli incassi dell’attività sul conto intestato a sé, come persona fisica, rende quasi impossibile dimostrare in un secondo momento che quelle somme non sono reddito personale.

Se arriva davvero una richiesta di chiarimenti, una spiegazione detta a voce non basta. Nel diritto tributario vale la presunzione di redditualità: se una cifra arriva sul conto e resta senza spiegazione, per la legge è reddito imponibile, e tocca al contribuente provare il contrario, non al Fisco dimostrare l’irregolarità. Per farlo servono documenti precisi: gli estratti conto integrali dell’anno sotto verifica, la data e l’importo esatti di ogni movimento, l’identità di chi ha versato la somma, e la prova che quel denaro era già stato tassato oppure rientrava tra i redditi esenti.

Chi ha bonifici o versamenti fuori dall’ordinario negli ultimi mesi dovrebbe recuperare ora le causali e le ricevute che li giustificano, prima che passi altro tempo e diventi più difficile ricostruirle.

Dati e indicazioni riportati da QuiFinanza, in un articolo di Emanuela Colatosti pubblicato giovedì 24 settembre 2026.