Il greggio che l’Iran custodiva su navi cisterna ferme nel Sud-est asiatico è finito. Lo dice Kpler, società che analizza i mercati energetici, citata da Panorama: a metà ottobre quelle riserve galleggianti risultavano esaurite, e con loro uno dei canali che portavano soldi a Teheran.

Secondo il Centcom, il comando militare americano per l’area, il blocco navale è costato al regime ricavi petroliferi per almeno 25 miliardi, in dollari. È una valutazione di parte, non un dato verificato da terzi. Pesa comunque sulle risorse che Teheran potrebbe usare per riparare gli impianti danneggiati dalla guerra e rifare gli arsenali.

135 milioni di barili erano le scorte iraniane all’estero all’inizio del conflitto, a febbraio 2026, per lo più nelle acque di fronte a Malesia e Singapore. Con i prezzi saliti, Kpler le valutava non meno di 10 miliardi, sempre in dollari. Il primo blocco americano è arrivato ad aprile e l’Iran ha continuato a vendere pescando da quel magazzino, che si svuotava in fretta.

A metà giugno, durante i negoziati di pace, le restrizioni sono state sospese. Teheran ha riaperto i rubinetti verso la Cina e le scorte sono risalite fino a un soffio da 90 milioni di barili. Il blocco è tornato a metà luglio. Entro il 5 ottobre erano sotto il milione, poi sono scomparse.

Altri osservatori vedono lo stesso quadro. Emma Li, analista di Vortexa, stimava il 9 ottobre sei milioni di barili iraniani circa, davanti a Singapore. United Against Nuclear Iran, che monitora l’export petrolifero di Teheran, parla di vendite quasi azzerate ad agosto e settembre e di riserve in mare ridotte a inizio ottobre a circa dieci milioni di barili, forse meno. Le raffinerie cinesi, intanto, si rivolgono più spesso a Brasile e Africa occidentale.

Il meccanismo funzionava così. Le petroliere legate all’Iran portavano il greggio verso Singapore e Malesia, lo passavano su altre navi dirette in Cina e ne lasciavano una parte in deposito. I passaggi multipli rendevano più difficile risalire all’origine e colpire con le sanzioni chi partecipava.

I soldi, però, arrivano in ritardo. Per trasferire e registrare i pagamenti cinesi servono circa otto settimane, quindi Teheran può ancora incassare qualcosa dalle consegne passate. Senza nuove vendite, quel flusso si assottiglia.

Il peso del petrolio nei conti iraniani spiega la posta in gioco. Secondo Homayoun Falakshahi, responsabile dell’analisi sul greggio di Kpler, il settore genera circa il 30-40% delle entrate dello Stato ed è la prima fonte di valuta estera. Dall’inizio di luglio il rial ha perso circa un terzo del valore contro il dollaro, con effetti sui prezzi e sul potere d’acquisto.

Falakshahi legge la strategia americana come una scommessa: meno denaro in cassa può riportare Teheran al tavolo su un accordo nucleare, oppure alimentare proteste interne. Il rischio di un cedimento rapido non è però dato per scontato. Iman Nasseri, di FGE NexantECA, ricorda che il regime in passato si è già adattato alle pressioni esterne, e le strade verso i Paesi confinanti restano aperte, anche se muovono volumi molto inferiori a quelli delle petroliere.

La banca centrale iraniana respinge l’idea di un collasso. Il governatore Abdolnaser Hemmati, durante l’incontro del Fondo monetario a Bangkok, tenuto sette giorni fa, ha rivendicato la capacità di resistenza del Paese.

Il mercato globale, per ora, non risente dello stop iraniano. Il greggio degli altri produttori del Golfo continua ad arrivare, con volumi che hanno superato quelli prebellici, grazie alla protezione americana nello Stretto di Hormuz.

Da seguire nelle prossime settimane: i bonifici cinesi ancora in transito e il ritmo del rial, che diranno quanto a lungo Teheran può reggere senza nuove vendite.

Secondo Panorama, in un articolo di Stefano Piazza pubblicato il 23 ottobre 2026, sulla base di dati Kpler e del Comando Centrale degli Stati Uniti.