Il Tesoro americano, in asta, ha visto salire al 4,683% il rendimento dei titoli a dieci anni, il livello più alto in quasi vent’anni, una soglia che non si toccava dal 2007. La sorpresa è che il rialzo arriva proprio mentre l’inflazione rallenta, non mentre accelera: di norma i due segnali si muovono in direzioni opposte. Lo segnala Money.it: gli investitori, secondo la testata, non premiano più ogni raffreddamento dei prezzi come facevano fino a poco tempo fa.
A luglio, i prezzi al consumo negli Stati Uniti sono saliti solo dello 0,1% rispetto al mese precedente, con il tasso annuo che è sceso al 3,4%. Anche la componente core, quella che esclude energia e alimentari, ha rallentato: +0,2% mensile e 2,5% su base annua. In condizioni normali, dati così morbidi spingerebbero i rendimenti verso il basso, perché gli investitori scommetterebbero su un allentamento più rapido della politica monetaria. Qui è successo l’opposto.
Gli analisti indicano più di una spiegazione. La prima riguarda la composizione dei dati: anche quando l’indice generale rallenta, alcune componenti restano rigide, dal petrolio, con il Brent sopra quota 90 dollari, ai prezzi legati ai servizi. Dopo anni di shock sulle materie prime e tensioni geopolitiche, chi investe non si fida più di un singolo mese di raffreddamento dei prezzi. Aspetta conferme più solide prima di scontare un percorso duraturo verso l’obiettivo di stabilità delle banche centrali.
C’è poi il fattore legato a quanto debito lo Stato immette sul mercato. Il governo americano deve finanziare un disavanzo che ha già superato quello dell’esercizio fiscale precedente di circa duecento miliardi di dollari, mentre le nuove emissioni continuano ad arrivare su un mercato che fatica ad assorbirle. Se le nuove emissioni restano abbondanti e le previsioni sull’inflazione futura non migliorano in modo netto, i rendimenti tendono a restare più alti del solito. Sul tratto lungo della curva l’effetto è più marcato: il trentennale viaggia intorno al 5,23%, perché chi compra debito a trent’anni chiede un premio più alto per il rischio di tenerlo così a lungo.
Anche i segnali sulla Fed raccontano la stessa cautela. I futures segnalano una probabilità di rialzo dei tassi più bassa per la riunione di settembre, scesa intorno al 38%, ma il rendimento del biennale è rimasto vicino al 4,19%. Finché il mercato non prezza un taglio deciso al costo del denaro, i rendimenti restano alti sia sulle scadenze più vicine sia su quelle intermedie. Un’economia che regge, con lavoro e consumi ancora solidi, rafforza questa prudenza.
L’effetto non resta confinato al mercato obbligazionario. Rendimenti così alti pesano sulle valutazioni azionarie, in particolare nei comparti più legati al costo del credito, e mantengono le condizioni finanziarie più rigide di quanto i soli numeri sull’inflazione farebbero pensare. Le banche centrali guardano con attenzione a questo canale, perché da lì passano anche le scelte di spesa delle famiglie e delle aziende.
Per chi ha in portafoglio un fondo o un ETF obbligazionario a lunga scadenza, il segnale da seguire nelle prossime settimane non è il dato mensile sull’inflazione ma proprio questi rendimenti. Quando salgono, il valore delle obbligazioni già emesse scende, comprese quelle dentro gli strumenti a reddito fisso più diffusi tra i risparmiatori italiani.
Analisi e dati ripresi da Money.it, pubblicati il 16 agosto 2026.