L’ISTAT ha reso nota venerdì la stima preliminare di luglio: l’inflazione italiana è scesa al 2,8%, dal 3% di giugno, la seconda flessione mensile di fila. Il picco dell’anno era arrivato in maggio, quando l’indice aveva toccato il 3,2%.

Sul fronte armonizzato il quadro non cambia: l’inflazione italiana si allinea alla media dell’area euro, ferma al 2,9%. Anche l’indice core, che esclude alimentari freschi ed energia, rallenta: scende all’1,8%, contro l’1,9% di giugno.

Il rallentamento italiano va in controtendenza rispetto al resto del continente. Il rialzo ha toccato anche i partner europei, con la Spagna salita al 3,8%, la Germania al 2,8% e la Francia al 2,4%. Per l’area euro nel suo complesso il dato è salito di un decimo di punto, un’accelerazione che gli analisti non avevano previsto.

Un’inflazione più bassa non vuol dire che la spesa quotidiana delle famiglie stia diminuendo. I listini restano comunque in salita: a luglio sono cresciuti dello 0,2% su giugno. Da marzo, cioè da quando è iniziato il conflitto tra Iran e Stati Uniti, sono complessivamente saliti del 2,2% in Italia. Chi ha la sensazione che negli ultimi mesi sia aumentato quasi tutto non si sbaglia: i dati lo confermano.

Secondo l’analisi di Investireoggi.it, il motivo è aritmetico prima ancora che economico. Un’inflazione annua più bassa vuol dire che i prezzi corrono più piano, non che stiano retrocedendo. Solo la deflazione produrrebbe quell’effetto, ed è un fenomeno raro, quasi sempre temporaneo nelle economie avanzate.

Il meccanismo che tiene alti i prezzi è noto agli economisti. Quando un costo sale, le imprese lo incorporano nei listini e i lavoratori lo rincorrono nei rinnovi contrattuali: ognuno considera l’aumento definitivo e lo scarica su qualcun altro. Le aziende che operano in mercati poco concorrenziali riescono a farlo quasi subito; i lavoratori aspettano il turno dei contratti, ma il risultato finale cambia poco.

Il rischio più immediato riguarda l’energia. Se i prezzi di petrolio e gas restano su questi livelli, l’inflazione italiana potrebbe tornare a salire già su base annua, come sta già succedendo altrove in Europa. Il governo ha intanto rimesso in campo, in via temporanea, lo sconto sulle accise sul diesel. Il carburante alla pompa era tornato oltre quota 2 euro al litro per le tensioni nel Golfo. La stagione estiva aggiunge un fattore strutturale in più, perché in un’economia turistica come quella italiana ristoranti, alberghi e intrattenimento alzano i listini quasi ogni anno in questo periodo.

Guardando a un orizzonte più lungo, quello degli ultimi cinque anni, l’Italia si colloca a metà classifica tra le grandi economie europee. I prezzi sono cresciuti del 20%, contro il 22% della Germania, il 22,6% della Spagna e il 16,8% della Francia. Il dato sorprende chi ricorda un Paese storicamente esposto agli shock energetici: a proteggerci, almeno sul fronte valutario, è stato l’euro.

Un motivo di questa relativa stabilità è l’efficienza energetica. L’Italia brucia in media 1,24 milioni di barili di petrolio al giorno, tanto quanto la Spagna, pur avendo una popolazione più ampia di quasi il 20%. Pro capite, i tedeschi bruciano circa il 10% di petrolio in più rispetto agli italiani.

Chi deve decidere un adeguamento di prezzo, un rinnovo contrattuale o un budget per l’autunno farà bene a guardare al petrolio più che al dato d’inflazione in sé. Se le quotazioni dell’energia restano su questi livelli, il rallentamento di luglio rischia di restare un episodio isolato, non l’inizio di una discesa stabile.

Dati ripresi dall’analisi di Giuseppe Timpone per Investireoggi.it, pubblicata domenica 2 agosto 2026.