L’inflazione italiana è salita al 4,2% a settembre, dal 3,3% di agosto, secondo la stima preliminare dell’Istat riportata da Money.it. Sul conto corrente il saldo resta identico. Cambia quello che puoi comprare con quei soldi, e l’effetto pesa di più quando somme importanti restano ferme per anni.
I numeri sul passato rendono l’idea. Se hai lasciato 100.000 euro in banca dodici mesi fa, oggi valgono come circa 96.700 euro di allora. Passati tre anni la cifra reale è circa 94.600 euro; a cinque anni siamo appena sopra 83.000, attraversando l’impennata dei prezzi del 2022 e del 2023. Su dieci anni si arriva a circa 79.600 euro, su venti a circa 69.300: l’erosione supera il 30%. Sono conti sui dati storici, non previsioni.
Tenere i soldi fermi costa anche per altre vie. Chi ha un conto corrente tradizionale ha speso in media oltre 100 euro l’anno, e il bollo di 34,20 euro l’anno scatta per le persone fisiche quando la giacenza media supera i 5.000 euro. Poi c’è il costo opportunità: la differenza tra ciò che rende una liquidità ferma e ciò che offrirebbe un’alternativa.
Il rendimento che conta è quello reale, ossia ciò che avanza dopo tasse e inflazione. Prendi un deposito vincolato che promette il 4% lordo: su 100.000 euro fa 4.000 euro di interessi. La ritenuta del 26% li porta a 2.960 euro e il bollo dello 0,2%, cioè 200 euro, a circa 2.760. Il rendimento netto è del 2,76%. Con l’inflazione al 4,2% quello reale resta negativo di circa l’1,4%.
Rende meno dell’inflazione, ma limita il danno rispetto a un conto senza interessi.
Sui titoli di Stato il passaggio da lordo a netto è più favorevole: l’aliquota è il 12,5%, contro il 26% che si applica alla maggioranza degli altri prodotti finanziari. Il Bot annuale rende oltre il 3% lordo. I Btp a cinque anni stanno intorno al 4%, quelli a dieci anni tra il 4,5% e il 4,6%, e sulle scadenze più lunghe si supera il 5%. Un titolo decennale che paga il 4,5% lordo porta a casa circa il 3,94% netto, circa il 3,74% se si conta anche il bollo sul deposito titoli. Messo di fronte al 4,2% rilevato a settembre, il saldo reale resta appena negativo, ma su dieci anni conterà l’inflazione media di tutto il periodo.
Il tasso più alto sulle scadenze lunghe ha un prezzo. Più resta da vivere al titolo, più il suo valore di mercato reagisce ai tassi. Chi lo tiene fino alla scadenza riceve il valore nominale, salvo insolvenza dello Stato. Chi vende prima può incassare più o meno di quanto ha pagato.
Contro il rischio di dover reinvestire tutto nello stesso momento si usa la scaletta di scadenze, la cosiddetta bond ladder: titoli con durate diverse, così una parte del capitale torna disponibile a intervalli regolari. Non protegge dal rischio di emittente. Più Btp con scadenze diverse restano un’esposizione a un solo debitore, lo Stato italiano.
Per chi guarda anche alle azioni, Money.it riporta un esercizio su un fondo globale che investe in azioni, dal settembre del 2021 al settembre del 2026. Dieci mila euro iniziali più sessanta versamenti mensili di 1.500 euro, in tutto 100.000 euro, avrebbero raggiunto circa 133.200 euro, un guadagno oltre il 33%. Vale solo per quell’intervallo e in un altro periodo il risultato poteva essere più basso o negativo. Il piano di accumulo spalma gli acquisti nel tempo, ma il rischio di mercato resta.
Prima di spostare un euro, separa i soldi che ti servono nei prossimi mesi da quelli che puoi lasciare fermi a lungo. Poi confronta ogni strumento con il 4,2% di settembre guardando il rendimento netto, non quello scritto in grande sul sito.
Secondo Money.it, articolo di Gerardo Marciano pubblicato il 6 ottobre 2026, con dati Istat sull’inflazione di settembre.