Il rinnovo del contratto collettivo della sanità pubblica ridisegna la busta paga degli infermieri italiani, insieme all’intero sistema di classificazione professionale. Il vecchio sistema di livelli, dalla lettera A fino alla D e al DS, lascia spazio a nuove aree contrattuali. Gli infermieri laureati, compreso il profilo pediatrico e i ruoli senior, confluiscono ora tra i professionisti sanitari con laurea: quella fascia riconosce più autonomia clinica rispetto alle vecchie qualifiche che oggi non si possono più ottenere, tra cui l’infermiere generico e la puericultrice.
Per questa fascia la paga lorda annua di riferimento è 24.918,93 euro, cifra in vigore dal 1° gennaio 2024 secondo le nuove tabelle contrattuali. Tradotto in busta paga, un infermiere neoassunto porta a casa circa 1.900 euro lordi al mese. Il netto iniziale parte da 1.650 euro e arriva a 1.700, a seconda di detrazioni, addizionali locali e turni svolti.
A questa base si sommano le indennità, cresciute con il rinnovo. Quella legata alla specificità del ruolo infermieristico è salita da 80,73 a 87,79 euro mensili lordi tra il 2024 e il 2025. L’indennità per l’assistenza continuativa al paziente, nello stesso periodo, è passata da 45,58 a 51,97 euro mensili. Chi lavora in pronto soccorso riceve inoltre 520 euro al mese in più, una cifra che pesa parecchio su chi fa turni in reparti ad alta intensità come terapia intensiva o malattie infettive.
Nella gerarchia salariale della sanità pubblica gli infermieri restano a metà strada. Un medico neoassunto parte da 60.000 euro lordi ogni anno e può salire fino a 80.000 con l’anzianità di servizio. Un operatore socio sanitario si ferma invece poco sopra i 20.000 euro lordi ogni anno: il netto mensile va da 1.100 a 1.300 euro nei primi anni e sale fino a 1.800 euro dopo vent’anni di servizio.
Il confronto con l’estero pesa ancora di più. Secondo un’analisi del sindacato Nursing Up citata da Money.it, chi lavora come infermiere in Svizzera arriva a 5.500 euro netti mensili. In Germania un infermiere prende 3.500 euro netti, turni straordinari esclusi, e riceve anche lezioni di tedesco gratuite e un alloggio scontato messo a disposizione dall’ospedale. Il collega olandese si ferma a 2.800 euro netti, con contratti di diciotto mesi rinnovabili aperti anche ai neolaureati italiani. In Norvegia lo stipendio tocca i 60.000 euro l’anno, comprensivo di alloggio e utenze pagate dal datore di lavoro, mentre in Francia si superano i 2.500 euro netti su una settimana di 35 ore.
Nel settore privato la paga oscilla di più. La media si aggira sui 1.500 euro netti mensili, con un minimo vicino ai 1.000 euro per chi lavora in cooperative o strutture di day hospital e punte di 2.000 euro nei reparti critici come sala operatoria. Chi arriva a un ruolo organizzativo dopo anni di esperienza può superare i 2.500-3.000 euro mensili. Chi sceglie invece la libera professione apre una partita IVA e si iscrive all’Enpapi, la cassa previdenziale degli infermieri liberi professionisti, per poi applicare le tariffe fissate dal decreto 165 del 2016. A quell’importo lordo si sottraggono poi un contributo soggettivo obbligatorio del 16% del reddito professionale, oltre a una soglia minima fissa di 1.600 euro ogni anno, più un contributo integrativo del 4% sui compensi lordi imponibili.
Chi sta scegliendo tra pubblico, privato o libera professione dovrebbe guardare soprattutto alle indennità accessorie, non solo allo stipendio base. Sono loro a spostare l’importo netto in busta paga in modo più consistente, e per chi valuta un cambio di contratto conviene ricalcolarle prima della prossima trattativa di assunzione.
Dati e tabelle aggiornate riportati da Money.it in un articolo di Simone Micocci pubblicato l’11 dicembre 2025.