Il Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, certifica che nella prima metà del 2026 il 44,8% delle assunzioni previste dalle imprese italiane resta difficile da coprire. Lo riporta QuiFinanza in un’analisi sul mercato del lavoro italiano. La quota è sostanzialmente stabile rispetto al 46-48% delle rilevazioni degli anni scorsi. Il dato viene spesso letto come prova di una carenza di candidati disponibili. I numeri sulle Comunicazioni Obbligatorie raccontano però un’altra storia: il vero motore di quella difficoltà è la velocità con cui i contratti nascono e si chiudono, non l’assenza di persone pronte a lavorare.

Nella ristorazione e nel turismo, il comparto con il ricambio più rapido, il 2025 ha portato quasi 1,7 milioni di nuovi contratti attivati, a fronte di un numero di cessazioni praticamente identico. Le aziende che scelgono contratti stagionali o a termine per ridurre il rischio d’impresa finiscono in un ciclo continuo di ricerca del personale. La sensazione di carenza, in questo caso, è in parte un effetto ottico generato dall’organizzazione stessa del lavoro.

Una lettura simile guidava le analisi di dieci anni fa, subito dopo il Jobs Act, quando la responsabilità veniva attribuita quasi sempre alla scarsa preparazione dei giovani. I dati Istat più recenti raccontano tutt’altro: nel Mezzogiorno, dove il fenomeno pesa di più, si contano 194mila persone diplomate senza impiego e oltre 51mila tra laureati e specializzati, un terzo dei quali donne. Avere un titolo di studio elevato non garantisce, di per sé, di trovare un lavoro più in fretta.

La vera emergenza italiana, secondo il Cnel, non è la disoccupazione: quella si è ridotta, fermandosi poco sopra il 6% nel 2026. Quel che non cambia dal 2008 in poi è invece l’inattività. Le persone che cercano un impiego senza trovarlo sono circa 1,6 milioni, ma gli over 15 che un lavoro non lo cercano proprio arrivano a 25 milioni: un bacino enorme se paragonato a chi resta semplicemente disoccupato.

Il divario più netto riguarda il genere. Tra chi cerca attivamente un impiego il rapporto tra i sessi è quasi equilibrato, poco più di 800mila uomini contro 745mila donne. Tra chi ha smesso del tutto di cercare, il conto sale a 10 milioni di uomini contro 15 milioni di donne. Nella fascia tra 35 e 49 anni, oltre un milione di donne non cerca un’occupazione per motivi legati alla famiglia e alla cura, contro poco più di 36mila uomini della stessa età. Non è una scelta culturale: è la conseguenza diretta di asili nido insufficienti e di servizi carenti per chi non è autosufficiente, un vuoto che finisce quasi sempre per gravare sulle donne.

Nell’industria il quadro cambia ancora. I nuovi contratti del 2025, circa 240mila, hanno quasi pareggiato le uscite, ferme a 239mila, in mestieri come saldatura, fonderia, manutenzione e meccanica. Qui il problema non è un settore che cresce e non trova braccia, ma il ricambio costante di chi cambia datore di lavoro o esce dal circuito produttivo.

Un fenomeno simile riguarda chi lavora nel digitale e nei reparti tecnici e amministrativi delle aziende, ma per una ragione opposta. Le imprese si contendono gli stessi professionisti specializzati a suon di rilanci economici, e ogni singola azienda percepisce come scarsità quella che in realtà è concorrenza fra datori di lavoro per gli stessi profili.

Per chi guarda ai prossimi dati sull’occupazione, il numero da tenere d’occhio non è più il tasso di disoccupazione. È quanti dei 25 milioni di inattivi tornerebbero a cercare un impiego se crescessero i posti negli asili nido e nei servizi di cura, oggi il vincolo più concreto che tiene fuori dal mercato milioni di donne.

Dati e analisi ripresi da QuiFinanza, articolo di Emanuela Colatosti pubblicato il 2 agosto 2026.