Un’impresa familiare italiana su tre si trova a gestire, entro i prossimi dieci anni, il ricambio di chi la guida. Meno di una su due, appena il 43%, ha già scritto nero su bianco un piano per questo passaggio; il dato sale al 52% se si guarda alla sola carica di amministratore delegato. Lo riferisce Wall Street Italia, che ha ripreso i dati di un report di Deloitte Private, quarto capitolo di una serie di ricerche dedicate alle imprese di famiglia, basato su un sondaggio condotto su oltre 1.600 aziende in giro per il mondo, comprese quelle italiane.

In Italia la leadership resta quasi sempre dentro la famiglia, e questo non cambierà con il prossimo passaggio di consegne: la tendenza, in questo, coincide con il resto del mondo. Le strade però si separano guardando avanti. La percentuale di chi guida dall’esterno, senza legami di sangue con i fondatori, dovrebbe quasi raddoppiare a livello mondiale, salendo da 13 a 26 punti percentuali in pochi anni. In Italia, al contrario, ci si aspetta il percorso opposto: quella stessa quota dovrebbe scendere dai 24 ai 17 punti attuali. Ernesto Lanzillo, alla guida di Deloitte Private, lega questa scelta a un’esigenza precisa: se il testimone resta in famiglia, prepararsi prima diventa decisivo, con ruoli e responsabilità chiari già definiti prima del cambio.

In Italia gli ostacoli al ricambio hanno un’impronta diversa da quella globale. Nel mondo il problema principale è trovare chi abbia le competenze per prendere il timone, seguito dalla scarsa voglia dei vertici attuali di lasciare la presa. Da noi pesano altri fattori: i dubbi su dove porterà l’azienda la nuova guida, la diffidenza verso chi non fa parte della famiglia, l’assenza di un percorso di successione scritto e, in alcuni casi, una preparazione dei futuri leader ancora incompleta. Il tema si intreccia con un dato demografico: tra le microimprese italiane cresce il peso dei titolari che hanno superato i 70 anni, e questo rende ancora più urgente decidere per tempo chi prenderà in mano l’azienda.

Chi in famiglia si prepara a guidare l’azienda in futuro guarda già oltre il passaggio di consegne. Intelligenza artificiale e lancio di nuovi prodotti o servizi guidano la lista delle priorità, scelte entrambe dal 55% del campione. Poco più indietro, al 48%, la crescita sui mercati esteri. Segue, al 36%, l’innovazione tecnologica. Le competenze necessarie a realizzare questi piani restano però la parte più difficile: il 60% dei futuri leader italiani indica la gestione di responsabilità e pressioni economiche come lo scoglio maggiore, seguito dallo sviluppo di capacità di leadership, al 55%, e dalla capacità di leggere in anticipo le tendenze di settore, al 48%.

Sul fronte della preparazione, in Italia il metodo più diffuso resta lavorare fianco a fianco con chi guida oggi l’azienda: lo fa il 52% delle imprese, contro una media internazionale ferma al 43%. Il vero scarto con l’estero riguarda però l’esperienza fuori dai confini di famiglia: solo il 43% delle aziende italiane obbliga per regola chi arriva dalla nuova generazione a lavorare prima altrove, contro il 69% registrato a livello globale.

Per chi guida oggi un’impresa di famiglia e non ha ancora scritto un piano di successione, il dato indica da dove partire: definire chi sarà alla guida tra dieci anni, prima che la scelta diventi un’urgenza imposta dal calendario anagrafico.

Dati tratti dal report di Deloitte Private, riportati da Wall Street Italia il 9 settembre 2026.