Il costo per licenziare un dipendente sale ancora nel 2026. Il tetto mensile dell’indennità di disoccupazione Naspi, a cui è agganciato il cosiddetto ticket di licenziamento, arriva quest’anno a 1.584,70 euro, in aumento rispetto all’anno precedente per effetto della rivalutazione legata all’inflazione. È la cifra da cui parte ogni calcolo del contributo che i datori di lavoro versano all’Inps quando chiudono un rapporto a tempo indeterminato.
Introdotto dalla riforma del lavoro del 2012 (la cosiddetta legge Fornero) e diventato l’unico contributo di uscita dal 2017, il ticket serve a finanziare proprio la Naspi che il lavoratore licenziato potrebbe richiedere. Per questo è dovuto ogni volta che la cessazione dà diritto, almeno in teoria, all’indennità: licenziamenti motivati da ragioni oggettive o soggettive, quelli disciplinari, le dimissioni per giusta causa. Non si paga invece quando un contratto a termine arriva alla sua scadenza naturale, per le dimissioni volontarie senza giusta causa o per la morte del lavoratore.
Secondo quanto riportato da Money.it, la quota mensile del contributo sale quest’anno a 54,14 euro. Sommata su dodici mesi di anzianità, per un licenziamento individuale l’azienda paga 649,73 euro; se il rapporto è durato tre anni o più, il conto arriva fino a 1.949,19 euro. Le aziende soggette alla Cassa integrazione straordinaria che procedono a licenziamenti collettivi pagano un’aliquota raddoppiata, all’82% invece che al 41%: per loro il tetto sale a 3.898,35 euro dopo tre anni di rapporto, cifra che triplica e supera gli 11.695,05 euro se manca un’intesa con i sindacati prima del taglio del personale.
Il ticket è solo una voce del conto finale. Vanno aggiunti il trattamento di fine rapporto, le ferie non godute, gli arretrati e l’eventuale preavviso non lavorato, e non esiste una norma che permetta all’azienda di scalare automaticamente il contributo da queste somme. Alcuni tribunali hanno ammesso il recupero quando il dipendente aveva provocato di proposito il licenziamento, per esempio con assenze mirate a ottenere la disoccupazione, ma gli orientamenti restano divisi e altre sentenze hanno negato il rimborso.
Dal 2025 esiste una via alternativa. Se l’assenza ingiustificata supera il limite fissato dal contratto collettivo, o quindici giorni in mancanza di una regola specifica, l’azienda può segnalare il fatto all’Ispettorato del lavoro e trattare la cessazione come una scelta implicita del dipendente, senza dover versare nulla all’Inps.
Per chi gestisce il personale in una piccola impresa, il calcolo del ticket va inserito nel budget di ogni cessazione con la stessa attenzione riservata al Tfr. La cifra cambia ogni anno insieme al tetto Naspi, e sottovalutarla nella trattativa di uscita con il lavoratore è un errore che si paga alla busta paga successiva.
Dati e importi ripresi da un articolo di Simone Micocci pubblicato su Money.it il 27 agosto 2026.