Il livello simbolico è 14.779 dollari: è lì che il rame è salito il 9 settembre sul London Metal Exchange (LME), un massimo mai toccato prima, al culmine di quattro sedute consecutive di guadagni. La festa dura poco: il metallo perde oltre il 4% appena due sedute più tardi, e da quel momento scende fino ai valori più bassi delle ultime sette settimane. Il future COMEX viaggia ora a circa 6,3 dollari la libbra, mentre il contratto a tre mesi di Londra si ferma vicino a 14.200 dollari.

Dietro l’altalena c’è sempre lo stesso nodo: cosa deciderà Washington sui dazi al rame. Risale al luglio dello scorso anno la mossa di Trump, che aveva imposto tariffe del 50% su tubi, cavi e lamiere semilavorate e aveva incaricato il Segretario al Commercio di valutare, entro la fine di giugno, un’imposta aggiuntiva del 15% sulle forniture di rame raffinato importato: in vigore dal primo gennaio 2027, con salita al 30% nel 2028. Quella scadenza è arrivata e passata senza una decisione. Scommettendo che il dazio sarebbe comunque arrivato, gli operatori hanno spinto verso i porti americani volumi record di metallo, cercando di anticipare la stretta.

Il termometro più preciso sono i magazzini. Sul COMEX le scorte sono salite a un livello mai visto, 695.624 tonnellate, segno di quanto materiale sia confluito negli Stati Uniti. A Londra e Shanghai le scorte sommate non superano le 300.000 tonnellate, meno della metà di quello del COMEX. A fine agosto le disponibilità londinesi erano scese fin verso le 90.000 tonnellate, e il divario tra il prezzo per consegna immediata e quello a tre mesi era salito oltre i 550 dollari: un segnale classico di mercato fisico sotto stress.

Il giorno chiave è l’11 settembre, quando Reuters scrive che a Washington la scelta resta bloccata: da un lato pesa il timore di far salire i costi per l’industria interna, dall’altro il beneficio di dare ossigeno alle miniere nazionali. Le elezioni di midterm sono a novembre, e la Casa Bianca ha messo il costo della vita al centro della sua comunicazione: un dazio che fa lievitare il prezzo di motori, cavi e materiali per l’edilizia non è un messaggio semplice da spiegare agli elettori.

In borsa i titoli minerari incassano un colpo, con ribassi che vanno dal 3% al 7% nei giorni successivi. Nei magazzini di Londra, nel frattempo, entra più metallo di quanto non ne sia arrivato nelle settimane precedenti: il ritmo dei conferimenti tocca il massimo di quasi trenta giorni. La curva dei prezzi cambia forma, passando da backwardation a contango, cioè il prezzo per consegna immediata scivola sotto quello a termine: svanisce così l’incentivo a portare fisicamente il rame in deposito.

Il quadro strutturale resta comunque quello di un’offerta limitata: le stime dell’International Copper Study Group indicano un buco tra domanda e offerta vicino alle 150.000 tonnellate nel 2026, una cifra contenuta se confrontata con il rialzo del prezzo, cresciuto del 17% nell’ultimo anno. Secondo S&P Global la domanda potrebbe salire del 50% entro il 2040 grazie a data center, reti elettriche e intelligenza artificiale, mentre alcune fra le maggiori miniere faticano già a mantenere i livelli produttivi attuali. Citi conferma l’obiettivo di 15.000 dollari entro fine anno. Morgan Stanley conferma un giudizio favorevole per il 2026, più cauto invece per il 2027, quando la domanda di import americana potrebbe indebolirsi sia in presenza del dazio sia in sua assenza.

Sul lato dell’offerta interna, gli Stati Uniti hanno solo due fonderie ancora attive: una di Rio Tinto, l’altra di Freeport. Per questo il paese deve comprare all’estero una quota che si avvicina alla metà di tutto il rame che consuma. Dal 2015 il flusso di rame raffinato importato si è moltiplicato per sedici volte, mentre l’estrazione mineraria sul suolo americano ha perso un quinto della sua capacità produttiva. Fino a quando Washington non firma, il metallo resta fermo nei depositi statunitensi, e a pagare il prezzo della scarsità sono i mercati che ne restano privati altrove nel mondo.

Chi ha esposizione su titoli minerari o materie prime dovrebbe guardare più alla data in cui la Casa Bianca deciderà che al prezzo del giorno: è quella scelta, non il livello attuale, a stabilire se il rame torna a puntare sui 15.000 dollari o scivola verso un nuovo equilibrio più basso.

Dati e ricostruzione ripresi da Money.it, in un articolo di Sergio Giraldo pubblicato giovedì 17 settembre 2026.