Il petrolio è tornato in area 92 dollari al barile, con un rimbalzo di oltre il 40% rispetto al minimo di 65,49 dollari toccato nei mesi scorsi. Il rialzo arriva in un momento in cui due forze opposte si stanno scontrando sul mercato dell’energia: la stagionalità autunnale, che di solito raffredda i prezzi, e le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che li spingono verso l’alto.

Secondo l’analisi tecnica riportata da Money.it, il grafico del greggio mostra ancora una sequenza di minimi e massimi crescenti sui principali orizzonti temporali. Il primo livello di supporto da sorvegliare è a 79,62 dollari, il minimo segnato lo scorso 26 agosto: sotto quella soglia, l’impostazione che ha accompagnato il recupero perderebbe forza. Verso l’alto non ci sono ostacoli grafici rilevanti fino ai massimi dell’anno, fissati a 110,04 dollari.

Normalmente, con la fine della stagione di guida negli Stati Uniti e l’avvio della manutenzione autunnale delle raffinerie, la domanda di carburanti rallenta e i prezzi tendono a scendere. La stessa agenzia statunitense per l’energia aveva previsto un calo dell’attività di raffinazione tra settembre e ottobre. Quest’anno però il greggio non si comporta così. Le tensioni sullo Stretto di Hormuz, lo snodo marittimo cruciale per il trasporto del greggio verso i mercati globali, tengono alto il premio di rischio nelle quotazioni.

Il nodo, per chi segue l’economia più che il grafico, è l’effetto sui prezzi al consumo. Un greggio più caro passa all’inflazione attraverso tre canali: il rincaro diretto di benzina e gasolio, i costi di trasporto e logistica che le imprese scaricano sui listini, e infine le aspettative, cioè quanto famiglie e aziende iniziano ad anticipare nuovi aumenti. Un rialzo del 10% sul prezzo del petrolio non produce un aumento equivalente dei prezzi al consumo: contano anche il cambio, le tasse sui carburanti e quanto le aziende riescono a scaricare il costo in più senza intaccare i margini.

Per l’area euro il rischio pesa doppio, perché la maggior parte dell’energia consumata arriva dall’estero. Un rincaro del petrolio significa più inflazione e, insieme, meno reddito reale disponibile per famiglie e imprese: la parte di spesa che finisce in bolletta cresce, la quota che resta per investimenti e consumi si restringe. Un calcolo della Banca Centrale Europea lega un rincaro geopolitico del 10% sul prezzo reale del greggio a una frenata della crescita nell’Eurozona di 0,2-0,3 punti nei tre anni successivi.

Ecco perché la BCE guarda a questo tipo di episodi con particolare attenzione: un’inflazione energetica che dura nel tempo riduce lo spazio per tagliare ulteriormente i tassi, soprattutto se comincia a contagiare anche i prezzi core. Le prossime settimane diranno se a prevalere sarà la stagionalità, che spingerebbe il greggio verso il basso, o il rischio geopolitico, che lo terrebbe ancorato sopra i 90 dollari.

Chi segue le mosse della BCE sui tassi, o ha un mutuo a tasso variabile, farebbe bene a guardare il prezzo della benzina alla pompa nelle prossime settimane: è il segnale più immediato di quale delle due forze sta vincendo, prima ancora dei dati ufficiali sull’inflazione.

Analisi e dati riportati da Money.it in un articolo di Gerardo Marciano pubblicato l’8 settembre 2026.