Il titolo di Stato giapponese a dieci anni ha superato il 3% di rendimento, un livello che non si vedeva dal 1996. Secondo Money.it, la soglia conta perché segna la fine di un’era di tassi vicini allo zero durata quasi trent’anni.

In quei trent’anni i grandi investitori istituzionali nipponici, fondi pensione e assicurazioni vita, si trovavano davanti a un rendimento interno troppo basso per essere sostenibile. Molti hanno spostato capitali all’estero, e una parte consistente è finita sui titoli di Stato di paesi europei con il premio più alto: i BTP italiani. Quel flusso ha aiutato a tenere basso lo spread rispetto al Bund tedesco per anni, indipendentemente dai conti pubblici italiani.

Ora quel meccanismo si sta inceppando. Il 3% giapponese cambia i calcoli: un investitore di Tokyo che oggi trova un rendimento decente a casa propria, senza il rischio del cambio euro-dollaro né quello del cambio yen-euro, ha meno motivi per restare esposto al debito italiano. Un rientro di questi capitali, anche solo parziale, metterebbe sotto pressione i prezzi dei BTP, che si muovono in direzione opposta ai rendimenti.

Dietro la svolta di Tokyo c’è l’energia. Il conflitto tra Iran e Stati Uniti ha reso più difficili i transiti nello stretto di Hormuz, e il petrolio Brent viaggia intorno ai 91 dollari al barile. Il Giappone importa quasi tutto il proprio fabbisogno energetico: quando il petrolio sale, l’inflazione interna sale con esso, e la banca centrale nipponica fatica a difendere rendimenti artificialmente bassi senza alimentare i prezzi.

L’Eurozona, nel frattempo, non è immune allo stesso problema. L’inflazione di agosto ha raggiunto il 3,3%, con la componente energetica salita del 14,3% nel confronto con dodici mesi prima, mentre quella core resta più bassa, al 2,4%. Questo dato apre la porta a un possibile rialzo dei tassi da parte della Banca Centrale Europea a settembre, che a sua volta spingerebbe verso l’alto i rendimenti sulle nuove emissioni italiane e ridurrebbe il valore di mercato attuale dei BTP già in circolazione.

Nessuno dei due fattori, preso da solo, cambierebbe molto. È la somma a contare: un Giappone che smette di comprare debito estero a basso rischio proprio mentre la BCE valuta di alzare i tassi in casa propria. Chi possiede BTP a lunga scadenza è la fascia più esposta a questa combinazione, perché la sensibilità del prezzo alle variazioni di rendimento cresce con la durata residua del titolo.

Il rischio non è di un crollo improvviso, ma di un orizzonte da monitorare con attenzione. Chi ha BTP in portafoglio dovrebbe verificare la duration del proprio portafoglio prima della prossima asta e chiedersi se l’esposizione attuale è ancora coerente con il proprio orizzonte temporale: è quel calcolo, più del prezzo di oggi, a determinare se conviene restare fermi o ridurre la quota a lunga scadenza.

Secondo quanto riportato da Money.it il 1 settembre 2026, a firma di Tommaso Scarpellini.