Il decennale di Tokyo ha visto il suo rendimento salire oltre quota 3% martedì 1° settembre, toccando un massimo che non si registrava da trent’anni, dal 1996. Per venticinque anni i grandi investitori istituzionali nipponici, fondi pensione e assicurazioni vita in testa, avevano dovuto cercare rendimento oltreconfine perché in casa i tassi restavano schiacciati intorno allo zero.

A dirlo è un gestore di Simplex Asset Management: Toshinobu Chiba ha spiegato a Reuters di aver cambiato idea sui titoli del Tesoro americano, virando al ribasso, e di aver cominciato ad accumulare il decennale nipponico poco prima del picco più recente. Comprare quel titolo con un rendimento superiore al 3%, ha aggiunto, è ormai alla portata di chiunque: per questo, secondo lui, buona parte delle compagnie assicurative vita giapponesi ha oggi una ragione concreta per farlo.

Sul fronte delle vendite, tra l’inizio dell’anno e il 22 di agosto gli investitori nipponici avevano già ceduto, al netto degli acquisti, debito estero per circa 3.000 miliardi di yen, l’equivalente in dollari di quasi 18,7 miliardi: un flusso in uscita che non si vedeva dai tempi in cui i mercati obbligazionari crollarono, nel 2022. J.P. Morgan Asset Management ha condotto un’indagine su 82 casse pensione aziendali nipponiche, resa nota il 2 settembre: la quota di gestori intenzionati a incrementare il peso dei titoli obbligazionari domestici in portafoglio non toccava livelli così alti dal 2008, anno di avvio della rilevazione.

Dietro questi flussi c’è anche il maggiore fondo pensione pubblico al mondo, chiamato Government Pension Investment Fund: gestito dallo Stato giapponese, amministra da solo oltre 1.500 miliardi di dollari ed è tra gli investitori più esposti a questo tipo di riallocazione. Nel complesso Tokyo possiede più di 1.100 miliardi di dollari in titoli del debito Usa, più di qualunque altra nazione al mondo: una posizione costruita alzando gli acquisti trimestre dopo trimestre per vent’anni. Fermare quella crescita non significa vendere, ma chi ogni mese deve piazzare nuove emissioni, dal Tesoro statunitense a quello francese o australiano, avverte comunque la differenza.

Un dettaglio complica però la lettura ottimistica del rientro in patria. Nella stessa seduta di mercato in cui il decennale toccava quel primato trentennale, un dollaro valeva 160 yen: una quotazione vicina ai minimi degli ultimi decenni per la valuta nipponica. In quel caso il tasso di cambio avrebbe dovuto spostarsi nella direzione opposta, con uno yen più forte anziché ai minimi pluriennali. Per questo conviene leggere il fenomeno come l’inizio di un cambio di rotta, non come un processo già concluso.

Il debito occidentale, nel frattempo, deve confrontarsi con una concorrenza crescente per gli stessi capitali disponibili. Oracle, Meta, Amazon, Alphabet e Microsoft hanno raddoppiato le emissioni obbligazionarie destinate a finanziare i data center, arrivando fino a quota 350 miliardi di dollari complessivi. Meta ha collocato da sola un’obbligazione da 12,5 miliardi di dollari per la propria struttura in Texas, pagando un costo più alto di quello che avrebbe ottenuto un anno prima.

Per chi in Italia segue le aste dei BTP, il segnale da monitorare nei prossimi mesi non è un crollo improvviso della domanda estera, ma il costo marginale del collocamento. Se uno dei compratori più costanti degli ultimi vent’anni alza meno spesso la mano, il Tesoro potrebbe dover offrire rendimenti più alti per piazzare lo stesso importo di sempre.

Dati e citazioni tratti dall’articolo di Guido Giaume pubblicato su Money.it il 14 settembre 2026, che a sua volta cita un’intervista di Reuters al gestore Toshinobu Chiba.