Chi versa il proprio TFR e una piccola quota di stipendio in un fondo pensione legato al proprio settore può far scattare, in automatico, un contributo aggiuntivo da parte dell’azienda. Lo ricorda Money.it, spiegando che questo meccanismo resta tra i benefici meno noti della previdenza integrativa in Italia.
Non si tratta di un bonus riconosciuto a tutti i dipendenti. Scatta solo se lo prevede il contratto collettivo applicato al proprio settore o un accordo aziendale specifico, e solo dopo che il lavoratore ha versato la propria parte.
I passaggi per ottenerlo sono tre. Il primo consiste nell’iscriversi al fondo pensione che copre il settore in cui si lavora, verificando le condizioni di ingresso indicate nel contratto collettivo applicato in azienda. Il secondo passo prevede di far confluire il TFR nel fondo insieme a una piccola quota personale, calcolata in percentuale sulla retribuzione annua lorda (RAL). Rispettate queste due condizioni, scatta la terza: l’azienda aggiunge un importo proprio, quasi sempre non inferiore alla quota versata dal lavoratore.
Ecco un esempio con i numeri della fonte. Su 35.000 euro di RAL, un punto percentuale versato dal dipendente vale 350 euro l’anno. Il contratto preso a modello fissa al 3% la quota a carico dell’azienda, che sale così a 1.050 euro annui. Su un’intera carriera lavorativa, quella cifra da sola supera i 30.000 euro, prima ancora di contare i futuri aumenti di stipendio.
La quota a carico dell’azienda è legata alla RAL, quindi cresce automaticamente ogni volta che lo stipendio sale. Un calcolo realistico dovrebbe guardare non solo agli anni di contribuzione, ma anche alla traiettoria salariale attesa nel corso della carriera.
C’è anche un secondo effetto, spesso sottovalutato. Le somme versate nel fondo non restano ferme: vengono investite sui mercati finanziari e possono generare rendimenti aggiuntivi nel tempo. Su un orizzonte di venti o trent’anni, l’effetto della capitalizzazione può far crescere pochi punti percentuali di contributo fino a un capitale finale nettamente superiore a quanto versato nel tempo.
Dal mese di ottobre 2026 cambia un’altra regola importante. Diventerà possibile spostare il proprio fondo pensione verso un altro operatore del mercato senza perdere il diritto al contributo dell’azienda, una portabilità che oggi non esiste per questa componente. Il vincolo che oggi lega molti lavoratori a un fondo specifico, proprio per non rinunciare all’apporto datoriale, verrà così meno.
Chi ha già aderito a un fondo pensione ma versa solo la quota minima richiesta per far scattare il contributo dovrebbe controllare, leggendo il proprio contratto collettivo, se conviene alzare la propria percentuale: spesso basta un piccolo aumento per accedere a una fascia di contributo aziendale più alta. Chi non ha ancora aderito dovrebbe invece chiedere all’ufficio del personale quale fondo sia collegato al proprio CCNL, prima di scegliere un piano individuale che non dà diritto a nessun extra da parte dell’azienda.
Dati ed esempio numerico ripresi da un articolo di Pietro Pisello pubblicato su Money.it il 26 agosto 2026.