Il tribunale di Torino ha deciso che il tempo che un rider passa fermo davanti al locale, in attesa che il ristorante prepari l’ordine, è lavoro a tutti gli effetti e come tale va pagato. Lo riporta QuiFinanza. La causa riguardava un ciclofattorino che aveva lavorato per Glovo tra ottobre 2024 e marzo 2025, prima di essere escluso dalla piattaforma con una semplice email.

Il giudice ha condannato Foodinho, la srl che gestisce l’app di Glovo nel nostro paese, a riassumere il fattorino con un contratto stabile e a tempo pieno. Si aggiungono un risarcimento calcolato sulla retribuzione più recente, quella rilevante per il calcolo del Tfr, e i contributi previdenziali ancora da versare.

Il rapporto era stato inquadrato come prestazione d’opera occasionale. Per lavorare, il rider doveva iscriversi sulla piattaforma e scaricare l’app sul proprio smartphone: il casco e il caricabatterie erano forniti dall’azienda, mentre telefono e bicicletta restavano a carico del lavoratore.

Lo schema con cui i rider prenotavano i turni di consegna, insieme al punteggio di eccellenza che premiava chi era più attivo con più turni disponibili, non esiste più. Foodinho lo ha ritirato a partire da maggio 2025, un anno dopo l’inizio del rapporto di lavoro al centro della causa.

Il nodo centrale della causa era il ruolo dell’algoritmo. Secondo il fattorino, il software non si fermava al ruolo di semplice intermediario tra fattorino, cliente e ristorante: assegnava le consegne, fissava i compensi, indicava dove ritirare e consegnare, e seguiva ogni spostamento in tempo reale. Foodinho ha risposto che mancavano gli elementi tipici della subordinazione. Il rider era libero di decidere se accettare un turno, in quale zona muoversi e a che ora bloccare lo slot, senza obblighi di orario, senza una quota di consegne da rispettare e senza il vincolo dell’esclusiva.

Il tribunale ha dato ragione al fattorino. Il modo in cui Foodinho organizzava e controllava le consegne, secondo i giudici, era compatibile con un impiego subordinato. La sentenza introduce anche un principio destinato a pesare su tutto il comparto del food delivery: i minuti che il rider passa collegato all’app, pronto a ricevere un incarico e fermo ad aspettare, valgono come lavoro, non soltanto il tragitto della consegna vera e propria.

Foodinho non ha ancora reso nota l’intenzione di fare ricorso. Restano quindi aperti sia i tempi dell’eventuale appello sia l’entità precisa delle somme dovute al fattorino reintegrato.

Per chi lavora con le piattaforme di consegna, la sentenza sposta la soglia di cosa viene pagato: non più solo i minuti in sella, ma anche l’attesa fuori dal locale. Le altre aziende del settore, che in Italia gestiscono migliaia di rider con contratti simili, dovranno decidere se adeguare i propri sistemi di assegnazione degli ordini prima che arrivino ricorsi analoghi.

Dati e ricostruzione dei fatti riportati da QuiFinanza, che ha pubblicato la notizia sabato 12 settembre.