Il governo studia un tetto a 100mila euro per il regime forfettario, ma chi supera gli 85mila euro dovrebbe comunque addebitare l’Iva in fattura. Lo riporta QuiFinanza in un articolo di martedì 20 ottobre. Per ora resta un’ipotesi, perché la legge di Bilancio 2027 non è ancora passata dal Consiglio dei ministri.

L’idea nasce da un conflitto da risolvere. La Lega spinge per alzare il limite, mentre la direttiva europea indica negli 85mila euro il riferimento per le agevolazioni sull’Iva. Separare i due piani permetterebbe di accontentare entrambe le parti.

Oggi il limite di ricavi o compensi è fissato a 85mila euro. Dentro quel confine l’aliquota è del 15% con imposta sostitutiva, e per le attività appena avviate può calare al 5% dove la normativa lo prevede. L’imponibile si ottiene moltiplicando i ricavi per un coefficiente di redditività agganciato al codice Ateco: i costi non si deducono uno a uno, sono riconosciuti in modo forfettario. In fattura, di norma, non si espone l’Iva e restano fuori i versamenti periodici e la dichiarazione annuale.

Con la proposta cambierebbe il perimetro. Il tetto salirebbe a 100mila euro, ma la parte Iva resterebbe agganciata agli 85mila: sopra quella cifra si applicherebbe l’imposta sulle operazioni, con tutti gli obblighi che ne derivano. Flat tax e trattamento Iva agevolato diventerebbero due cose distinte.

Lo schema, nel riassunto di QuiFinanza, prevede tre fasce:

  • fino a 85mila euro non cambia nulla: agevolazioni piene e nessuna Iva in fattura;
  • con ricavi da 85mila a 100mila euro il forfettario resta valido fino alla chiusura dell’anno fiscale, e dall’anno dopo scatta il regime ordinario;
  • sopra i 100mila euro si esce subito dal regime agevolato e si applica l’Iva secondo le regole ordinarie.

Quanto pesa la novità dipende da chi sono i clienti. Per chi lavora soprattutto con altre imprese, l’Iva può risultare neutrale per chi compra, se la norma ne consente la detrazione. Per chi ha come clienti i privati il bivio è netto: ritoccare il listino del 22% oppure assorbire l’imposta e rinunciare a parte del margine.

Manca ancora la parte che decide. Ogni misura deve trovare le coperture, e la questione dovrebbe chiudersi entro fine ottobre, in vista del Consiglio dei ministri. Fino a quel momento il tetto a 100mila euro non è una norma.

C’è poi una scadenza che non dipende dall’ipotesi. A fine 2026 scade l’innalzamento a 35mila euro (dai 30mila precedenti) del limite per chi ha uno stipendio o una pensione e apre anche una partita Iva. Senza proroga il limite torna a 30mila euro. Chi affianca un secondo lavoro a stipendio o pensione avrebbe meno spazio per restare nel forfettario.

Chi ha ricavi fra 85mila e 100mila euro farebbe bene ad attendere il testo della manovra prima di toccare i listini. Chi ha anche uno stipendio vicino ai 30mila euro deve controllare, entro dicembre, se la proroga arriva.

Secondo QuiFinanza, articolo di Mauro Di Gregorio pubblicato martedì 20 ottobre 2026.