Il Fondo Monetario Internazionale vede nell’intelligenza artificiale una leva per rimettere in moto un’economia europea che da anni cresce meno di quella statunitense. Kristalina Georgieva, alla guida del Fondo, ha presentato un documento sul tema durante un incontro informale dei ministri economici Ue a Dublino, spiegando che l’adozione della tecnologia potrebbe generare un aumento medio della produttività vicino all’1% cumulato su cinque anni.
Quella cifra, però, dipende da quanto in fretta le imprese e le pubbliche amministrazioni la mettono davvero in pratica. Le stime a orizzonte più lungo indicano guadagni maggiori, ma restano circondate da forte incertezza: il modo in cui i progressi tecnologici si intrecceranno con l’energia disponibile, le regole del mercato del lavoro e la qualità delle istituzioni nazionali è ancora, di fatto, materia di studio.
Il Fondo insiste soprattutto su un punto: l’Unione Europea non parte da una base comune. I 27 Stati membri hanno infrastrutture digitali, ecosistemi dell’innovazione e riserve di lavoratori qualificati molto diverse tra loro, e questo da solo basta a produrre traiettorie di crescita differenti. A complicare il quadro c’è la diversa esposizione settoriale: un Paese con più occupazione nei servizi facilmente automatizzabili incasserà effetti immediati che altrove, con un tessuto industriale diverso, semplicemente non si vedranno. Anche l’accesso alle tecnologie più avanzate, dai semiconduttori ai data center fino agli accordi di condivisione con partner esterni all’Ue, non è uguale ovunque.
Il rischio sociale è la parte più delicata dell’analisi. Dentro ogni singolo Paese, i lavoratori più esposti all’automazione potrebbero non raccogliere gli stessi vantaggi di chi usa l’AI come strumento di produttività personale: due mestieri toccati dalla stessa tecnologia possono finire su binari opposti. Sommata alla disparità tra Stati membri, questa dinamica rischia secondo il Fondo di alimentare tensioni sociali che vanno ben oltre la sola questione economica.
Non tutto il documento guarda ai rischi. Per il settore pubblico l’AI apre margini concreti su due fronti: una riscossione fiscale più efficiente e una spesa pubblica meglio calibrata sui bisogni reali. Restano però due condizioni di contorno che il Fondo definisce imprescindibili: una fornitura di energia stabile per sostenere i carichi di calcolo, e una difesa informatica capace di reggere il passo con minacce cyber che l’AI stessa può rendere più sofisticate.
La ricetta del Fmi combina due mosse che sembrano opposte: lasciare spazio all’innovazione e, allo stesso tempo, garantire che i guadagni di produttività non restino concentrati in poche mani. Tradotto in agenda politica, questo significa accelerare su due dossier già aperti da anni a Bruxelles: portare finalmente a compimento il mercato unico europeo e proseguire le riforme strutturali su lavoro ed energia, temi che la spinta dell’AI rende più urgenti, non nuovi.
Per chi lavora in un settore ad alta esposizione all’automazione, il segnale da monitorare nei prossimi mesi è quello delle scelte dei singoli governi Ue su formazione e riqualificazione professionale: sono quelle politiche, più della tecnologia in sé, a decidere se l’AI si trasforma in un aumento di stipendio o in un rischio da gestire.
Dati e dichiarazioni riportati da Adnkronos, a partire dal documento del Fondo Monetario Internazionale presentato all’Ecofin informale di Dublino.