Il rendimento dei titoli di Stato filippini in valuta locale ha raggiunto livelli vicini al 7%, mentre l’economia del Paese asiatico ha rallentato in modo netto. Tra aprile e giugno 2026 il PIL è cresciuto del 2,3% nel confronto annuo, in frenata rispetto al 2,8% messo a segno tra gennaio e marzo: un ritmo lontano dai tassi vicini al 6% a cui le Filippine avevano abituato i mercati. Gli investimenti sono scesi di quasi il 9% e le costruzioni di circa il 15%, segnale che il rallentamento non è solo statistico.

Il rialzo dei tassi non racconta però una crisi. Secondo l’analisi ripresa da Money.it, l’inflazione resta il nodo centrale: le stime per la media del 2026 hanno superato il 6%, ben oltre l’obiettivo dichiarato dalla banca centrale filippina, un corridoio che va dal 2 al 4 per cento. L’istituto ha alzato due volte il costo del denaro nell’ultimo periodo, portandolo al 4,75%. Un rendimento obbligazionario al 7% va letto insieme a questi numeri: se i prezzi tornassero verso l’obiettivo, il divario tra il rendimento nominale e l’inflazione attesa si ridurrebbe.

Il peso filippino ha perso terreno nel corso dell’anno, e il cambio pesa due volte su chi guarda questi titoli dall’estero. Se la valuta si indebolisce, lo stesso flusso cedolare vale meno una volta portato in euro; se si rafforza, vale di più. La moneta debole spinge poi verso l’alto il costo di energia e alimentari importati, complicando il lavoro della banca centrale filippina sul fronte dei prezzi.

Ferdinand Marcos Jr. guida il Paese da presidente. Sara Duterte, che gli era alleata in campagna elettorale, oggi siede come vicepresidente su un fronte opposto: la frattura tra i due pesa già sulla corsa alla presidenza del 2028. Quello che conta per chi investe non è lo scontro personale, ma la tenuta della politica economica come priorità di governo, mentre Vietnam, Indonesia e Malaysia competono per gli stessi capitali internazionali.

Alcuni indicatori distinguono comunque questo caso da una vera crisi emergente. Le riserve in valuta estera restano sopra i 100 miliardi di dollari, il governo finanzia sul mercato interno quasi due terzi del proprio debito, e il rating resta investment grade presso le tre principali agenzie, anche se con prospettive più caute. Non è la stessa fragilità dei mercati che in passato avevano accumulato debito in dollari a fronte di ricavi in valuta locale.

Un cambiamento tecnico può ridisegnare la domanda dal 2027. Il 29 gennaio di quell’anno il debito filippino in peso entrerà nel paniere JPMorgan GBI-EM, uno dei benchmark più seguiti per i titoli emergenti in valuta locale, con un peso atteso vicino all’1,8%. I fondi che replicano l’indice dovranno adeguare i portafogli, e diversi gestori attivi lo usano come metro di paragone: la platea di chi guarda i bond filippini può quindi allargarsi prima ancora della data di ingresso effettiva.

Anche la Borsa racconta lo stesso spostamento di fiducia. Il multiplo prezzo su utili del paniere MSCI Philippines viaggia oggi intorno alle 10 volte, contro le 20 volte toccate nelle fasi migliori, su un paniere composto da poco più di dieci titoli e fortemente concentrato in International Container Terminal Services, il gruppo filippino della logistica portuale.

Per chi ha un’esposizione ai mercati emergenti in portafoglio, il livello dei tassi filippini di oggi conta meno delle prossime letture sull’inflazione locale e sul cambio: sono quei dati, insieme all’avvicinarsi di gennaio 2027, a stabilire se il rendimento al 7% è un compenso equo per il rischio o comincia già a scendere.

Dati ed elementi di analisi ripresi da Money.it, che ha pubblicato l’articolo originale l’11 agosto 2026.