Giovanni Malagò lascia la presidenza della Federcalcio e ne diventa il commissario straordinario. Lo hanno deciso martedì la Giunta e il Consiglio nazionale del Coni, entrambi all’unanimità, chiudendo settimane di scontro sul fatto che Malagò non fosse tesserato quando si candidò. Secondo Domani, la mossa tiene insieme chi chiedeva il rispetto delle regole e chi voleva evitare che il calcio perdesse il suo presidente.

Il meccanismo è semplice da dire e curioso da leggere. Dei 15 componenti della Giunta, l’unico astenuto è stato Malagò. Il Consiglio nazionale ha poi ratificato la scelta, riunito a porte chiuse. Tutti, anche i suoi avversari, lo hanno considerato incolpevole della mancata iscrizione. Così il presidente uscente rientra come commissario, con poteri che Domani definisce paradossalmente più forti di prima.

A chiedere il commissariamento era stato Luciano Buonfiglio, che guida il Coni. Lo aveva appoggiato Andrea Abodi, ministro per lo Sport, arrivando a prospettare il commissariamento del Coni stesso se in Federcalcio non fosse tornata la legalità. Per questo la soluzione trovata pesa anche sul piano politico: Buonfiglio può dire di aver ottenuto il commissariamento, mentre la Federazione resta nelle mani di chi la guidava.

A dividere gli organi sportivi erano nove pareri giuridici. Quattro sostenevano la posizione del Coni, per cui il tesseramento era un requisito essenziale. Cinque davano ragione a Malagò: la mancanza, secondo loro, non basta a configurare una grave violazione. Con numeri così vicini l’esito del voto era incerto, e Domani parla di accordo preparato prima della seduta.

La Lega Serie A era schierata con Malagò. I club, riuniti a Milano, avevano giudicato inopportuno il commissariamento e preso le distanze da una disputa che, scriveva, non ne comprende i fondamenti giuridici né le ragioni politiche. Malagò era stato eletto da pochi mesi sfiorando il 70% dei voti, con l’appoggio decisivo proprio della Lega.

Adesso conta il calendario. La Giunta ha fissato il limite per le nuove elezioni al 31 gennaio 2027. Malagò ha promesso di arrivarci prima: «Mi sento di impegnarmi», ha detto, e il voto si terrà il 14 dicembre, data che ritiene fattibile. Nel frattempo dovrà regolarizzare davvero il proprio tesseramento. Domani nota che per ora non si intravede un avversario capace di insidiarlo, quindi un ritorno alla guida con una legittimazione più solida appare lo scenario più probabile.

Resta aperto anche il caso di Diana Bianchedi, vicepresidente vicaria del Coni. Aveva lasciato il ruolo di capo delegazione della Nazionale in seguito alle dichiarazioni del ministro. L’Anac ha poi escluso conflitti di interessi tra le due cariche, e per questo ha potuto votare in Giunta. Malagò vorrebbe riportarla in Nazionale.

Il quadro, però, ha un limite. Il problema formale viene risolto senza cambiare chi comanda, e nessuno ha spiegato come evitare che un caso simile si ripeta. Il quotidiano lo descrive come il solito escamotage all’italiana. Chi segue il calcio italiano dovrebbe segnarsi il 14 dicembre: se quel voto salta e si scivola verso gennaio, vorrà dire che il commissariamento è diventato una proroga.

Ricostruzione basata sull’articolo di Carmelo Leo pubblicato da Domani il giorno delle votazioni del Coni.