Il consiglio dei ministri ha esaminato ieri il decreto legislativo che riscrive il federalismo fiscale italiano, il capitolo più delicato di una delega fiscale in scadenza tra un mese. La ricostruzione arriva da Gianni Trovati su Il Sole 24 Ore, che segue il dossier fin dalla prima versione del testo, varata dal governo lo scorso 9 maggio 2025 e poi bloccata per il mancato accordo con Regioni e Comuni.
Il giorno prima del consiglio dei ministri, in Conferenza unificata, Regioni, Comuni e Province non hanno dato l’intesa richiesta per procedere. Serve l’unanimità degli enti territoriali, e non è arrivata. Le amministrazioni di centrodestra hanno votato a favore. Quelle di centrosinistra si sono opposte, e il risultato complessivo resta un no.
Al centro dello scontro c’è il meccanismo delle compartecipazioni Irpef, pensato per sostituire i trasferimenti statali senza pesare sul bilancio pubblico. Il valore assegnato a ogni ente resta fisso nel tempo invece di crescere insieme al gettito Irpef reale. Gli enti locali chiedevano l’esatto opposto, una quota agganciata alla dinamica delle entrate future. Il meccanismo delle compartecipazioni non è una novità assoluta: la stessa delega era stata approvata nel 2009 sotto la regia dello stesso Calderoli, ma non era mai stata attuata nei 17 anni successivi.
Alle Regioni tocca una compartecipazione Irpef che vale 5,828 miliardi di euro, la cifra scelta per rimpiazzare quattro voci di spesa oggi separate:
- il fondo destinato al trasporto pubblico locale, fermo a 5,259 miliardi
- la fetta della compartecipazione Iva che non riguarda la sanità, ferma a 424 milioni
- la fornitura gratuita dei testi scolastici, 110 milioni
- il fondo dedicato al diritto allo studio, 34 milioni
Alle Province va invece una quota Irpef che parte da 1,802 miliardi già nel 2027, per poi salire fino a 2,111 miliardi entro il 2030. È la contropartita per l’addizionale Rc auto, che non sparisce ma passa sotto la gestione dello Stato.
I Comuni restano fuori dal nuovo sistema di compartecipazioni. I sindaci temono soprattutto la fine del canale che oggi porta loro, tramite le Regioni, una parte del fondo trasporti. Secondo le stime di Anci e Ifel, si tratta di 2,6 miliardi di euro che nel nuovo assetto perderebbero i vincoli d’uso attuali.
Roberto Calderoli, il ministro leghista che segue il dossier delle autonomie regionali, ha ammesso che è complicato garantire libertà di spesa alle Regioni e tenere i conti in pareggio senza alzare le tasse. Il testo promette comunque una seconda fase: dal 2028 le aliquote delle Regioni potranno essere riviste in base al reale andamento del gettito, mentre per i Comuni è previsto un tavolo tecnico sulla fiscalizzazione dei trasferimenti.
Il decreto proseguirà comunque il suo percorso verso l’approvazione definitiva, attesa entro fine agosto dopo il passaggio parlamentare. Chi amministra un ente locale o segue i conti regionali dovrebbe guardare proprio al tavolo tecnico sui trasferimenti ai Comuni. È quel dossier a stabilire se il nuovo sistema resterà bloccato sui valori di oggi o si aggancerà davvero alla crescita futura del gettito.
Ricostruzione basata sull’articolo di Gianni Trovati su Il Sole 24 Ore del 29 luglio 2026.