Il Federal Open Market Committee si è riunito ieri, martedì, per la prima delle due giornate di lavori, e oggi mercoledì 16 settembre chiude con l’annuncio sui tassi atteso alle 20 ora italiana, seguita mezz’ora più tardi da una conferenza stampa guidata dal presidente Kevin Warsh. Il verdetto non è ancora arrivato: i mercati per ora possono solo stimarne la probabilità.
Secondo lo strumento FedWatch del CME, i futures assegnano una probabilità del 93% a un aumento di un quarto di punto del costo del denaro americano, che spingerebbe il tasso di riferimento oltre la soglia attuale del 3,50%-3,75%. Una rilevazione distinta condotta la stessa mattina da Reuters lo fissa invece al 90%, una differenza minima che comunque racconta la stessa convinzione diffusa sul mercato. Sarebbe il primo aumento dal 2023, dopo una lunga fase in cui la banca centrale americana aveva lasciato fermo il costo del credito.
Diversi analisti interpellati da Money.it concordano sul fatto che il rialzo sia ormai dato per scontato. Brandon Zureick, capo economista di Johnson Investment Counsel, spiega che l’attenzione del mercato si sposterà sulle nuove proiezioni trimestrali dei tassi, utili a capire l’orientamento della banca centrale nel 2027, più che sulla decisione di oggi in sé. Jay Woods, che segue i mercati per Freedom Capital Markets, la definisce una scelta stretta tra pressioni opposte per Warsh: i dati macro spingono verso l’aumento, ma l’inflazione core rilevata ad agosto potrebbe offrire un argomento per restare fermi.
L’attesa per l’annuncio odierno si riflette già sui rendimenti sovrani. Negli Stati Uniti il decennale ha superato il 5%, un livello che non si vedeva dal 2007. In Europa il rendimento del decennale tedesco è salito al 3,55%, un valore che il Bund non raggiungeva da giugno 2009, quasi un punto percentuale sopra rispetto a dodici mesi fa. Il rialzo dei rendimenti non riguarda più solo Washington: si scarica anche sullo spread tra BTP e Bund, quindi sul costo con cui l’Italia si finanzia sui mercati.
Sul fronte energetico il barile di Brent resta appena sotto 107 dollari e il WTI si muove attorno a 102,7, sostenuto da un episodio maturato in Arabia Saudita nei giorni scorsi. Lunedì i miliziani Houthi, alleati di Teheran, hanno preso di mira con droni e missili l’aeroporto militare saudita di Khamis Mushait, colpendo piste, depositi di munizioni e apparati radar, come rappresaglia ai bombardamenti sauditi condotti in Yemen. L’oleodotto East-West, già bloccato dagli attacchi precedenti, resta fermo. Alcuni operatori di mercato, secondo quanto riferisce Business Standard, avvertono che Riad rischia di esaurire a breve le scorte disponibili per l’export se l’infrastruttura, che ha una capacità di circa 4 milioni di barili quotidiani, non torna operativa. Nel weekend anche il traffico navale nello stretto di Hormuz è calato, sotto le dieci navi al giorno rispetto alla media di quattordici dei dieci giorni precedenti.
Per chi segue mercati e portafogli, il dato da osservare stasera non è tanto il rialzo in sé, già scontato dai prezzi, quanto le nuove proiezioni trimestrali sui tassi: sono quelle a dire se la stretta di Warsh si fermerà qui o continuerà nei prossimi mesi, con riflessi diretti anche sul costo dei mutui a tasso variabile fuori dagli Stati Uniti.
Dati ed estratto tratti dall’edizione di ieri, martedì 15 settembre 2026, di Money.it (Ufficio Studi).