Circa 20mila imprese italiane avrebbero i requisiti per vendere all’estero e non lo hanno ancora fatto. Il dato arriva da un’indagine firmata Unioncamere con il Centro studi Tagliacarne, ripresa da Il Sole 24 Ore, e pesa di più nel Mezzogiorno. Lì le aziende pronte ma ferme sono 21 per ogni 100 che esportano già, mentre nel Centro-Nord il rapporto scende a 13.

Il titolare degli Esteri, Antonio Tajani, ha indicato come traguardo 700 miliardi di export, da raggiungere entro il 2027. I territori che restano indietro, il Sud in primo luogo, hanno quindi il margine più ampio per contribuire. Chi non esporta ancora non è per forza fuori mercato: spesso gli manca l’accompagnamento.

Quell’accompagnamento sembra funzionare. Nel periodo dal 2020 al 2024, le aziende meridionali che si sono appoggiate ai servizi delle Camere di commercio per l’internazionalizzazione hanno registrato un export più alto del 65,3% di quello delle imprese rimaste senza assistenza. La media nazionale della differenza è del 21,8%, quindi il Mezzogiorno ottiene circa il triplo.

Sul piano nazionale c’è un altro numero. Le imprese seguite dalle Camere hanno avuto una probabilità più alta del 41,4% di cominciare a esportare. L’effetto stimato oscilla da 600 a 800 milioni di euro in più di vendite all’estero.

Su questo bacino punta l’intesa siglata alla Farnesina, la sede del ministero degli Esteri, il 27 luglio. Le parti sono il ministero e Unioncamere, alla firma erano presenti Cassa depositi e prestiti, Sace, Simest e Ice. Mercoledì 28 ottobre Tajani l’ha descritta come un accordo diventato operativo. Secondo il ministro, le Camere possono usare la presenza sul territorio per coinvolgere le imprese frenate dalla paura o dalla mancanza di informazioni.

Gli strumenti pubblici sono due. Il primo è una direzione generale per la crescita, creata dalla riforma del ministero in vigore dal primo gennaio. Il secondo è la partecipazione delle Camere ai forum economici organizzati dalla Farnesina. Andrea Prete, che guida Unioncamere, vuole allargare la platea delle esportatrici partendo dalle 20mila individuate.

Perché conviene partire lo spiega il confronto con chi vende solo in Italia. Prendendo imprese di taglia, settore e territorio uguali, la produttività del lavoro delle esportatrici supera di circa il 20% quella delle altre. Già all’esordio sui mercati esteri, il guadagno è di circa il 6%.

Cambiano anche i piani di spesa. Tra il 2026 e il 2028 prevede di investire in ricerca e sviluppo il 43% delle esportatrici, mentre tra le altre la quota è del 16%. Sulle tecnologie 4.0 il confronto è 51% contro 28%, sulla transizione verde 47% contro 28%.

Un limite va detto: sono stime di un’indagine, non un meccanismo garantito, e Il Sole 24 Ore non riporta quante delle 20mila imprese aderiranno davvero. Per un’azienda del Sud che vuole provare, il primo passo concreto è rivolgersi alla propria Camera di commercio, che con l’accordo operativo dovrebbe offrire assistenza più strutturata nei prossimi mesi.

Secondo Il Sole 24 Ore, articolo di Lorenzo Pace pubblicato mercoledì 28 ottobre 2026.