I lavoratori dell’ex Ilva hanno scioperato per otto ore lunedì 3 agosto. Un presidio sindacale ha bloccato per circa un’ora la statale 7, l’arteria che costeggia lo stabilimento di Taranto. A proclamare lo sciopero sono stati i sindacati Uilm, Fiom Cgil, Usb e Fim Cisl.
La vertenza va avanti da quattordici anni, da quando nel 2012 la magistratura tarantina sequestrò l’area a caldo dell’impianto. Il caso si è complicato ulteriormente il 27 luglio, quando la Corte d’Appello di Milano ha stabilito che l’insieme degli impianti dovrà fermarsi entro 90 giorni. Nel mirino ci sono altiforni, cokerie, acciaierie, parchi minerali e colate continue, perché rilasciano amianto e polveri sottili nell’aria. I 90 giorni sono già iniziati a decorrere.
Lo stop riguarda una fabbrica che produceva già a ranghi ridotti: un altoforno su tre era attivo, così come una sola acciaieria su due. Da martedì lo stabilimento non sarà più in grado di produrre acciaio. Questo interrompe la catena verso gli impianti a valle di Genova, Novi Ligure, Racconigi e della stessa Taranto, dove l’area a freddo trasforma l’acciaio grezzo in prodotti finiti.
Da martedì 4 agosto e fino al 6 agosto, il ministero delle Imprese (Mimit) ha convocato una serie di incontri. A guidarli è Adolfo Urso, che punta, secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, a costruire un pacchetto straordinario di sostegno ai lavoratori esposti al rischio. Solo il personale diretto di Acciaierie d’Italia, la società in amministrazione straordinaria che gestisce l’ex Ilva, sfiora le 10.000 unità. A queste si sommano gli addetti delle imprese dell’indotto, sparse su tutto il territorio nazionale. Ai tavoli parteciperanno sindacati, enti locali pugliesi, Confindustria nazionale e territoriale, Federacciai, Federmeccanica, i commissari dell’ex Ilva e di Acciaierie d’Italia, insieme a Cassa Depositi e Prestiti.
Le associazioni imprenditoriali chiedono un provvedimento del governo per evitare quello che definiscono un collasso economico e sociale dell’area. Secondo loro, prima di chiudere un impianto va definito un progetto: quali attività nasceranno al suo posto, in quanto tempo e con quale copertura finanziaria. Ci sarebbero potenziali investitori interessati, ma la scarsa chiarezza sul percorso industriale finora ha frenato ogni passo concreto.
I sindacati dei metalmeccanici puntano su una linea diversa: rendere l’impianto compatibile con l’ambiente senza smontare l’occupazione, con lo Stato a garantire la fase di passaggio. Fim, Fiom e Uilm sostengono che gli ultimi due anni di trattative non abbiano affrontato i nodi sollevati da mobilitazioni e denunce dei lavoratori, e ora annunciano una protesta permanente su scala nazionale. Chiedono un piano che rilanci lo stabilimento e lo metta in sicurezza, oltre a misure sociali specifiche: risarcimenti per l’esposizione ai rischi, prepensionamenti e incentivi all’uscita per chi non potrà essere ricollocato.
Per i quasi 10.000 dipendenti diretti e per l’indotto, i prossimi giorni al Mimit stabiliranno se la scadenza dei 90 giorni si tradurrà in un piano industriale con garanzie occupazionali. In caso contrario, il vuoto lo pagherà per primo il territorio tarantino.
Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore il 3 agosto 2026, in un articolo firmato da Domenico Palmiotti.