I lavoratori dell’ex Ilva di Cornigliano, a Genova, hanno fermato gli impianti per 24 ore lunedì 12 ottobre. La protesta è partita quando si è saputo che a metà novembre la produzione potrebbe bloccarsi sia a Genova sia a Novi Ligure. Secondo QuiFinanza, l’ingresso allo stabilimento è stato ostruito con mezzi pesanti.

La mobilitazione l’hanno proclamata le rappresentanze sindacali unitarie di Fiom, Fim e Uilm, dopo il tavolo a Palazzo Chigi. Anche a Taranto si protesta: un gruppo di operai ha occupato per un tratto la statale 106, in direzione Eni, e altri blocchi stradali non sono esclusi.

Il nodo sta a Taranto. Acciaierie d’Italia, che gestisce in via temporanea e straordinaria i siti dell’ex Ilva, spiega che la fermata di Genova e Novi Ligure discende dai vincoli imposti dai giudici e dalle difficoltà di rifornimento di materie prime allo stabilimento pugliese. Gli altri due stabilimenti lavorano in funzione di quello. Il dato arriva dall’azienda: nel pezzo di QuiFinanza non compare una verifica indipendente.

La sequenza giudiziaria spiega i tempi. Il 27 luglio il Tribunale di Milano ha emesso un decreto, seguito da prescrizioni della Corte d’Appello che danno 90 giorni per fermare l’area a caldo di Taranto. Le misure chiedono di abbassare le polveri sottili emesse e di rimuovere l’amianto dalle coperture degli altiforni. L’azienda le giudica impossibili da realizzare nei tempi fissati.

Il primo ricorso per ottenere più tempo è stato respinto l’11 settembre. Il 5 ottobre è arrivato un no anche alla seconda richiesta, che puntava a tenere gli altiforni almeno in pre-riscaldo fino alla decisione della Cassazione. L’udienza davanti alla Suprema Corte è fissata per martedì 20 ottobre.

Sul piano politico lo scontro riguarda gli acquisti. La sindaca di Genova, Silvia Salis, ha scritto al ministro Adolfo Urso e chiede di comprare materiale sui mercati internazionali per tenere in marcia Cornigliano. Giudica inaccettabile fermare un impianto strategico per lo Stato proprio mentre la domanda, a suo dire, cresce.

Acciaierie d’Italia risponde con due argomenti. Comprare scorte da usare dopo il 25 ottobre danneggerebbe i creditori, perché resterebbero inutilizzate in magazzino. Inoltre i tempi di consegna sono lunghi e trovare semilavorati con le specifiche richieste dai clienti non è semplice.

Ai sindacati interessa una garanzia che vada oltre la cassa integrazione. Le richieste sono quattro. Un progetto industriale per decarbonizzare ogni sito. Tutele sociali per dipendenti diretti e dell’appalto. Un risarcimento per i danni alla salute. Lo Stato presente in modo continuo, a garanzia di transizione e occupazione.

Per chi lavora a Genova e Novi Ligure, o in una ditta d’appalto, la data da segnare è il 20 ottobre. Se la Cassazione non concede lo spazio chiesto, il blocco di metà novembre diventa lo scenario di partenza.

Secondo QuiFinanza, in un articolo di Emanuela Colatosti pubblicato il 12 ottobre 2026.