Secondo la ricostruzione del Sole 24 Ore, i lavoratori delle imprese in appalto nell’area dell’ex Ilva di Taranto hanno incrociato le braccia per ventiquattr’ore, dalle prime ore di lunedì fino alle 7 di questa mattina. Lo sciopero è stato proclamato da Fiom Cgil, Uilm, Usb e Fim Cisl dopo un’assemblea tenuta all’alba davanti alla portineria dello stabilimento.
La rabbia nasce da una lettera di licenziamento arrivata da più associazioni datoriali. È stata Aigi a muoversi per prima, con una procedura che riguarda oltre 2.500 addetti sparsi in 28 aziende. Confapi, dal canto suo, mette in conto altri 1.700 lavoratori esposti tra tagli del personale e ricorso agli ammortizzatori straordinari, un passo che però la confederazione non ha per ora messo in moto. Messe insieme, le due stime portano oltre 4.200 posti dell’indotto in una condizione di incertezza.
Dietro ai tagli c’è lo stop dell’area a caldo dello stabilimento, il reparto dove il minerale di ferro viene trasformato in acciaio attraverso gli altiforni. La Corte d’Appello di Milano ha confermato l’11 settembre lo stop, riconoscendo un pericolo sanitario legato alla presenza di amianto negli impianti (incapsulato, non disperso nell’aria) e alle emissioni di particolato fine, tra cui PM2,5 e PM10. Gran parte delle imprese dell’appalto lavora proprio in quel reparto: pulizie industriali, trasporti, forniture, manutenzioni. È la fetta di occupazione più esposta dell’intero indotto.
Le agitazioni sono partite questa mattina con il blocco della strada tra Taranto e Statte, vicino alla portineria dello stabilimento. Il corteo ha poi rallentato la circolazione sulla Taranto-Brindisi, in direzione della città, per poi spostarsi sotto il Municipio. Il portone centrale di Palazzo di Città è rimasto chiuso, con le forze dell’ordine a presidiare l’area.
I sindacati chiedono due cose distinte: ammortizzatori sociali straordinari dedicati alle imprese dell’appalto che hanno già avviato le procedure, e il ritiro immediato di quelle stesse procedure. Per la Fim Cisl interviene Biagio Prisciano, secondo cui la tensione va disinnescata subito, con misure che mettano al riparo il reddito dei lavoratori e aprano a prospettive industriali concrete. Il collega di sigla Pietro Cantoro chiede al governo un programma di rilancio industriale, definendo la riconversione dello stabilimento un tema rimandato da anni e ora diventato urgente. Nessuno dei due sindacalisti ha indicato una cifra per le misure di sostegno al reddito richieste, un dettaglio che resta da chiarire nel confronto con l’esecutivo.
Per l’indotto dell’ex Ilva, il nodo da seguire nei prossimi giorni è se le aziende che hanno già notificato i licenziamenti li ritireranno prima che scattino gli effetti, o se la vertenza si sposterà stabilmente sul tavolo degli ammortizzatori sociali.
Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore in un articolo di Domenico Palmiotti pubblicato il 14 settembre 2026.