Le associazioni datoriali dell’indotto dell’ex Ilva hanno accettato di bloccare i licenziamenti già avviati, in attesa che il confronto con il Governo definisca i prossimi passi per il polo siderurgico di Taranto. La decisione arriva al termine di un incontro a Palazzo Chigi dedicato al futuro dell’area.
Il sottosegretario Alfredo Mantovano ha annunciato l’istituzione di un tavolo permanente che metta insieme ministeri, Regione, Comune, sindacati e rappresentanti delle imprese. L’obiettivo, ha detto, è seguire ogni intervento passo dopo passo ed evitare che le decisioni restino frammentate tra i diversi soggetti coinvolti. Il tavolo potrebbe riunirsi già nei prossimi giorni, anche perché a Milano la Corte d’Appello deve ancora pronunciarsi sul ricorso contro lo stop imposto all’area a caldo degli stabilimenti tarantini.
Per l’esecutivo, il futuro dell’impianto passa comunque dalla decarbonizzazione, puntando su forni elettrici a Dri, la tecnologia che riduce il minerale di ferro senza il tradizionale ciclo integrale a carbone. Se i giudici confermassero lo stop all’area a caldo, ha spiegato Mantovano, l’intenzione del Governo è trasformare quella che oggi è un’emergenza in un’occasione di rilancio industriale per il territorio.
Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, ha chiesto per Taranto un provvedimento normativo ad hoc, una legge pensata apposta per l’area, che blocchi in modo strutturale i licenziamenti e garantisca un polo siderurgico decarbonizzato basato sui forni elettrici. Tra le richieste anche la trasformazione del porto in un polo per la produzione di energia eolica offshore e il riconoscimento formale di un’area di accelerazione a Taranto, secondo le regole europee pensate per rilanciare l’industria nei territori più colpiti. Decaro ha aggiunto sgravi fiscali pluriennali e una decontribuzione mirata per chi assume lavoratori provenienti dall’ex Ilva o dalle aziende dell’indotto.
Il sindaco Piero Bitetti ha invece concentrato le richieste su tre fronti: tutela dei lavoratori, futuro dello stabilimento e investimenti alternativi. Tra le proposte, condizioni di pensionamento più morbide per chi negli anni è stato esposto a sostanze inquinanti sul lavoro, e un ruolo più attivo degli enti locali nella gestione degli esuberi. Bitetti ha citato anche il potenziamento del porto nell’ambito del Piano Mattei per l’Africa, insieme a nuovi investimenti nelle rinnovabili capaci di assorbire parte della forza lavoro in uscita.
Dal fronte industriale arriva una lettura più cruda della situazione. Emanuele Orsini, che guida Confindustria, si trovava a Buenos Aires in missione con un gruppo di imprenditori quando ha ricordato che l’area a caldo resta bloccata dalla Procura, mentre quella a freddo può continuare a lavorare. Senza una cordata pronta a comprare, ha detto, lo stabilimento chiude. Orsini ha definito seria la proposta presentata da Federacciai, ma ha chiesto al Governo di valutare tutte le offerte sul tavolo prima di scegliere: un giudizio che arriva da chi rappresenta le imprese, non da una verifica indipendente sulle due proposte.
Per i lavoratori dell’indotto, la sospensione dei licenziamenti compra tempo, non una soluzione definitiva. Il primo appuntamento da segnare in agenda resta la decisione della Corte d’Appello di Milano: stabilirà se l’area a caldo può ripartire, oppure se il negoziato sulla cordata industriale diventa l’unica strada rimasta per tenere aperto lo stabilimento.
Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, gli sviluppi sono stati raccolti l’8 settembre 2026 al termine degli incontri a Palazzo Chigi sul dossier ex Ilva.