Una ordinanza della Corte d’Appello di Milano, firmata l’11 settembre, impone lo stop entro la fine di ottobre per gli impianti a caldo dell’ex Ilva a Taranto. Il motivo è sanitario: quella parte della fabbrica continua a inquinare ed è nociva per chi vive intorno al sito. Il governo ha convocato i sindacati martedì a Palazzo Chigi per fissare le prime risposte.

La premier Giorgia Meloni ha definito la vicenda dell’ex Ilva uno dei dossier su cui l’esecutivo lavora di più in questo momento. Il motivo è semplice da capire: la fabbrica di Taranto è il motore da cui dipendono le lavorazioni successive, comprese quelle degli stabilimenti che il gruppo ha nel Nord Italia, e senza quel motore la materia prima non arriva più a nessuno.

Il tetto di ammortizzatori sociali oggi fissato per l’azienda copre 4.500 posizioni, 3.800 delle quali nel solo sito pugliese, con il via libera arrivato dal dicastero del Lavoro. È un tetto, non un dato reale: fonti sindacali riferiscono che a Taranto i lavoratori effettivamente fermi si aggirano oggi sulla soglia dei tremila. Lo spegnimento degli altiforni farà salire quella soglia. Oltre al numero 2, oggi ancora acceso, si fermeranno anche il forno 1 (sotto sequestro da quando un incendio lo ha colpito nel maggio 2025, misura confermata a giugno dalla Cassazione) e il 4, fermo per manutenzione. Anche la seconda linea di acciaieria smetterà di lavorare, dato che la prima è già ferma da tempo.

Ai lavoratori diretti si aggiunge l’indotto: le aziende che forniscono manutenzioni, trasporti e servizi al sito. Ventotto di queste società, riunite nell’associazione Aigi, hanno rimesso in moto dall’11 settembre una procedura che porterebbe a duemilacinquecento esuberi: era stata bloccata l’8 settembre, subito dopo l’incontro dei sindacati con palazzo Chigi, ma solo per pochi giorni. Sui nuovi numeri della cassa integrazione, il governo non ha ancora fornito cifre: mancavano gli sviluppi giudiziari, e restano da decidere le misure concrete.

Non tutto lo stabilimento si ferma. La cosiddetta area a freddo, quella dove le bramme diventano coils o lamiere e vengono poi lavorate ulteriormente, non ha alcun vincolo dal tribunale e può restare accesa. A due condizioni: servono bramme comprate fuori dal sito, dato che internamente non se ne potranno più produrre, e serve energia presa dalla rete nazionale, perché la centrale interna era alimentata proprio dal calore recuperato dagli altiforni. Su questo fronte qualcosa già si muove: il gruppo Marcegaglia si era detto pronto a fornire acciaio, e una nave della siderurgica ucraina Metinvest ha attraccato di recente nel porto pugliese, carica di semilavorati.

I sindacati però ridimensionano la portata di questa soluzione. A pieno regime l’area a freddo dà lavoro a circa 1.600 persone, ma oggi diversi impianti restano spenti, con il personale relativo in cassa integrazione: il tubificio Erw, laminatoio a freddo, treno lamiere e uno dei due treni nastri. Restano attivi solo la finitura nastri e l’altro treno nastri, che marcia a intermittenza in base alla disponibilità di bramme: insieme occupano circa 400 persone. Emanuele Orsini, che guida Confindustria, ha indicato proprio questa via nei giorni scorsi: partire da ciò che già funziona e valutare passo dopo passo il resto, incluso un eventuale forno elettrico al posto degli altiforni.

Per i lavoratori dell’ex Ilva e dell’indotto, la settimana che porta al tavolo di martedì è quella in cui si capirà quante persone finiranno davvero in cassa integrazione e con quali coperture economiche: da quella cifra dipende se i licenziamenti annunciati da Aigi verranno di nuovo congelati o diventeranno effettivi.

Secondo la ricostruzione di Domenico Palmiotti su Il Sole 24 Ore, pubblicata sabato 12 settembre 2026.