Le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno bocciato ogni ricorso presentato contro la fermata dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Resta quindi valida la decisione della Corte d’Appello di Milano, che riguarda il reparto dove si produce l’acciaio. A fare ricorso erano stati i commissari di Ilva e di Acciaierie d’Italia, entrambe in amministrazione straordinaria.
Lo ha riportato Fortune Italia giovedì 29 ottobre. Il verdetto è arrivato dopo l’udienza del 20 ottobre ed è l’ultimo capitolo di una vicenda giudiziaria e industriale lunga. Il decreto dei giudici milanesi è del 27 luglio 2026 e fissava 90 giorni di tempo per l’esecuzione.
Il cuore del provvedimento è la salute. I giudici d’appello hanno indicato due rischi: le emissioni di polveri e la presenza di amianto negli impianti. Per la Cassazione, quelle motivazioni erano autonome e sufficienti, da sole, a sostenere la fermata.
Nelle motivazioni la Suprema Corte ha giudicato ragionevole e corretto l’equilibrio trovato a Milano tra produzione e diritti fondamentali. Il principio richiamato è netto: salute e lavoro non vanno considerati diritti in conflitto, e l’attività economica non può svolgersi a scapito di salute, ambiente e sicurezza delle persone. Per lo stabilimento, il messaggio è che il peso del lavoro non basta a tenere in marcia gli impianti.
I giudici hanno anche dichiarato inammissibili alcune contestazioni. Riguardavano il modo in cui sono state valutate le emissioni e i documenti usati per rilasciare l’Autorizzazione integrata ambientale del 2025. Quel capitolo, dunque, non è stato esaminato nel merito.
Il peso occupazionale è rilevante. A Taranto lavorano direttamente circa 8.000 persone, e per l’acciaio italiano è un impianto strategico. Secondo Fortune Italia, fermare l’area a caldo minaccia la continuità produttiva e alimenta l’incertezza sul futuro dei posti di lavoro. La testata non indica però quanti addetti sarebbero toccati in concreto dallo stop, né con quali ammortizzatori.
C’è poi il dossier della vendita. Intanto il Governo è alla ricerca di chi rilevi Acciaierie d’Italia, e il termine per le offerte vincolanti è stato spostato al 9 novembre. La proroga serve a dare ai potenziali compratori il tempo di pesare pure gli effetti della causa. Chi vuole rilevare l’azienda dovrà quindi fare i conti con una sentenza che toglie dal tavolo proprio il reparto più pesante.
Per Governo e commissari il passaggio si fa più stretto. Serve una soluzione industriale che tenga insieme occupazione e produzione, rispettando le condizioni di sicurezza e la tutela della salute. Sul come, il quadro resta aperto: le offerte vincolanti, se arriveranno, mostreranno quale piano gli investitori sono disposti a presentare.
Chi segue la vertenza, tra lavoratori dell’indotto e territorio, ha una data da segnare: il 9 novembre. Quel giorno si capirà se qualcuno si fa avanti nonostante il verdetto.
Fortune Italia, articolo di Carlo Policella pubblicato giovedì 29 ottobre 2026.