Sul mercato obbligazionario italiano ci sono oggi due titoli di Stato in grado di generare oltre il 3% netto ogni anno solo con le cedole, molto prima del traguardo finale nel 2036. Il primo distribuisce il 3,80% lordo, il secondo il 3,45% lordo, e in entrambi i casi la tassazione agevolata riservata a questi strumenti lascia comunque un flusso sopra quella soglia. Per chi punta a costruire un reddito periodico, più che al numero più alto in assoluto, conta capire come e quando quel flusso arriva davvero sul conto.

Il primo strumento è identificato dal codice IT0005706285 e rimborsa il capitale a luglio 2036. Al prezzo attuale di 99,18, la cedola vale 380 euro l’anno su ogni 10.000 euro investiti, versati in due tranche da 190 euro ciascuna. Tolta l’imposta agevolata sui rendimenti di questi titoli, restano in tasca poco più di 332 euro ogni dodici mesi, un flusso vicino al 3,3% del capitale nominale. Su un prezzo d’acquisto vicino ai 9.918 euro, quella cifra corrisponde a un rendimento corrente del 3,35%; considerando anche il piccolo scarto tra prezzo pagato e valore di rimborso, il ritorno complessivo fino al 2036 sale al 3,45% netto.

Il secondo strumento, IT0005676504, rimborsa invece a febbraio 2036 e quota più a sconto, 96,81. Ogni diecimila euro investiti in questo titolo fanno maturare una cedola lorda di 345 euro l’anno, circa 302 euro dopo il fisco: una cifra più bassa del titolo precedente, con un rendimento corrente che scende al 3,12%. Compensa però il prezzo di partenza più basso: comprandolo a 96,81 c’è uno scarto di oltre tre punti fino al valore di rimborso a 100, quasi quattro volte quello dell’altro titolo. È questo margine aggiuntivo a portare il rendimento finale quasi allo stesso livello dell’altro BTP, appena un punto base sotto.

La scelta tra i due dipende quindi dall’obiettivo. Chi cerca il flusso più ricco anno per anno preferisce il titolo che quota vicino a 100. Chi invece guarda soltanto al risultato finale può accontentarsi di una cedola più magra, sapendo che il resto del guadagno arriva dal recupero sul prezzo.

Un avvertimento vale per entrambi i titoli. La cedola resta fissa fino al rimborso. Il prezzo di mercato invece oscilla ogni giorno, in base ai tassi. Su entrambe le emissioni la sensibilità ai movimenti dei rendimenti è vicina agli otto anni. Chi fosse costretto a rivendere prima del 2036 rischia di incassare meno di quanto aveva pagato, se nel frattempo i tassi fossero saliti.

Il confronto arriva mentre la Banca Centrale Europea ha appena rivisto la propria politica monetaria. A giugno ha alzato i tassi di riferimento di un quarto di punto: il tasso sui depositi è salito al 2,25%. A luglio Francoforte lo ha lasciato fermo. Lo spread tra BTP italiani e Bund tedeschi resta intanto in un intervallo ristretto da settimane, segno che il mercato non sta scommettendo su sorprese imminenti.

L’analisi, pubblicata da Money.it, indica che per chi valuta uno dei due titoli nei prossimi giorni il punto chiave non è quale rende di più a scadenza, dato che i due numeri sono ormai quasi sovrapponibili. Conta invece calcolare quanti euro netti quel capitale metterà in tasca ogni sei mesi, prima di decidere quale dei due incastra meglio con le proprie esigenze di liquidità.

Dati e analisi tratti dall’articolo pubblicato da Money.it il 12 agosto 2026, a firma di Gerardo Marciano.