Mercoledì 16 settembre, secondo i dati di Trading Economics ripresi da Money.it, il Dollar Index, il paniere che confronta il dollaro con un ventaglio di sei altre valute, è salito a 99,66 punti: il livello più alto delle ultime due settimane e appena sopra la chiusura del giorno prima. L’indice aveva appena ripreso quota 99,13, il valore della sua media calcolata sulle 200 sedute precedenti, e doveva ora superare un blocco di resistenza compatto, compreso tra la sua media a cento sedute, poco sotto 99,80, e quella più breve, a cinquanta sedute, vicina a 99,95.

Spalancare quella soglia in modo stabile spingerebbe il cambio verso i livelli di 100,50 e poi di 101,50. Sotto, il primo argine tecnico resta il doppio minimo toccato in precedenza a 98,50. Pochi giorni prima un altro segnale tecnico, l’indice di forza relativa sceso sotto 30, aveva anticipato un possibile recupero del dollaro nonostante le attese di un rialzo dei tassi: la forza registrata mercoledì dà ragione, almeno in parte, a quella lettura in controtendenza.

Sullo sfondo pesava anche il rendimento del Treasury decennale americano, tornato mercoledì nella fascia 4,99-5%, un livello che mancava dal 2007.

Il comitato di politica monetaria della Federal Reserve (FOMC) avrebbe reso nota la sua scelta mercoledì sera, alle 20 orario di Roma. Il numero uno dell’istituto, Kevin Warsh, sarebbe intervenuto davanti alla stampa una trentina di minuti più tardi. Secondo lo strumento FedWatch del CME, un aumento di un quarto di punto veniva dato per probabile al 92,4%, quello che sarebbe stato il primo caso dal 2023.

Il mercato aveva già incorporato quell’aumento nei prezzi, e per questo il team di TD Securities guidato da Oscar Munoz segnalava che a pesare di più sarebbero state le nuove proiezioni economiche del comitato, il cosiddetto dot plot. Gli analisti scrivevano che con l’aumento ormai dato per scontato il dollaro rischiava una prima fase di debolezza nello scenario centrale, perché il comitato avrebbe probabilmente indicato meno strette di quante il mercato si aspettasse.

Un’assenza di rialzo, avvertivano ancora gli analisti di TD Securities, sarebbe stata una sorpresa marcatamente accomodante, capace di far tornare il cambio ai livelli precedenti alla pubblicazione del dato sull’inflazione di agosto. Il rally avrebbe invece potuto proseguire se le proiezioni avessero messo sul tavolo un ulteriore aumento in ottobre.

Guardando oltre il breve termine, Eric Theoret e Shaun Osborne, entrambi di Scotiabank, notavano che gli swap sui tassi sconterebbero un incremento complessivo dei tassi Fed superiore a 90 punti base entro l’estate del 2027. Qualsiasi segnale di rottura nella linea seguita dal comitato avrebbe comunque potuto rimettere in discussione la forza del dollaro. In una nota diffusa lunedì, la stessa banca giudicava il Dollar Index già coerente con l’attuale differenziale di rendimento su scadenze brevi, e riteneva che un ritorno stabile sopra i 100 punti avrebbe richiesto uno spostamento nei rendimenti che, a loro parere, la Fed non sembrava pronta a offrire.

Sul dollaro pesava in senso rialzista anche la ricerca di beni rifugio innescata dalle tensioni mediorientali e dal recente aumento del prezzo del petrolio, una spinta che si affianca al canale dei tassi ma ne resta indipendente.

Per chi in Italia possiede azioni americane o quote di ETF privi di protezione sul cambio, un dollaro in rialzo rende quella posizione relativamente più onerosa in euro se non si ha già la valuta statunitense in portafoglio; chi invece ha scelto strumenti con copertura valutaria ne risente molto meno. Nelle ore intorno alla decisione della Fed, sapere se i propri strumenti in dollari sono coperti dal rischio cambio o no può contare quanto l’andamento dell’indice azionario sottostante.

Dati e analisi riportati da Money.it nell’articolo pubblicato mercoledì 16 settembre 2026, alla vigilia della decisione della Federal Reserve.