L’Inps ha rivalutato per il 2026 gli importi della Dis-Coll. È l’indennità dedicata a chi perde, senza volerlo, un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, un assegno di ricerca o un dottorato con relativa borsa di studio. I massimali cambiano ogni anno, insieme alle soglie di calcolo. La rivalutazione segue l’inflazione, come accade per le altre prestazioni legate alla disoccupazione. Il meccanismo resta simile a quello della Naspi, ma con regole pensate per chi versa i contributi nella Gestione separata.

Possono chiedere la prestazione i dottorandi con relativa borsa di studio e gli assegnisti di ricerca. Vi rientrano anche i co.co.co., compresi quelli impiegati nella Pubblica amministrazione. La condizione comune è l’iscrizione, in modo esclusivo, alla Gestione separata dell’Inps. Chi ha una Partita Iva attiva deve chiuderla prima di presentare domanda.

Chi percepisce già una pensione resta fuori dalla platea dei beneficiari, così come amministratori, sindaci e revisori di società ed enti. Per il 2026 l’istituto ha specificato un punto che finora generava dubbi. Una domanda non decade solo perché il legame con la Gestione separata non risulta formalizzato, purché i versamenti contributivi siano comunque regolari.

Due condizioni vanno soddisfatte insieme, al momento della domanda. La prima è uno stato di disoccupazione effettivo. La seconda richiede almeno un mese pieno di contribuzione, maturato tra il primo gennaio dell’anno precedente e il giorno in cui il rapporto si è interrotto.

Sul fronte degli importi, il calcolo prevede due fasce. Chi ha un reddito medio mensile che non supera i 1.456,72 euro riceve il 75 per cento di quella cifra per intero. Oltre quella soglia, alla quota fissa si somma un ulteriore 25 per cento calcolato solo sulla parte eccedente. Il tetto complessivo non supera mai i 1.584,70 euro mensili, qualunque sia il reddito di partenza.

Prendendo come riferimento un lavoratore con un reddito medio pari a 1.600 euro, il conto finale si aggira sui 1.128 euro al mese. La quota fissa vale 1.092,54 euro, a cui si aggiungono 35,82 euro calcolati sull’eccedenza di 143,28 euro. Con il passare dei mesi l’assegno si assottiglia. Dal sesto mese di erogazione in poi, perde il 3% del proprio valore ogni mese.

Chi percepisce la prestazione matura anche contribuzione figurativa. La copertura però ha un tetto retributivo, corrispondente a 1,4 volte il massimale mensile. Nel 2026 questo significa una copertura fino a 2.218,58 euro mensili. La durata segue i mesi di contribuzione maturati nello stesso arco temporale usato per calcolare l’importo, con un limite complessivo di dodici mesi.

La domanda si presenta online tramite il portale dell’Inps. In alternativa, si può telefonare al contact center o rivolgersi a un patronato. Il termine è di 68 giorni dalla fine del rapporto, sia esso una collaborazione, un assegno di ricerca o un dottorato. Chi la invia entro il giorno numero otto dopo la cessazione riceve l’indennità già da quella data.

Superato quel termine, la decorrenza slitta al giorno successivo all’invio. Presentare la domanda equivale a rendere la Dichiarazione di immediata disponibilità, la cosiddetta DID, al lavoro. Nei quindici giorni successivi bisogna anche rivolgersi al Centro per l’impiego e firmare il Patto di servizio personalizzato.

Chi ha chiuso da poco un rapporto di collaborazione, o sta per farlo, dovrebbe verificare subito la propria posizione contributiva presso l’Inps. Il conto dei 68 giorni utili per la domanda parte dal giorno della cessazione, non da quando si scopre di avere diritto alla prestazione. Aspettare troppo costa mesi di indennità persi per sempre.

Dati e requisiti riportati da Money.it in un articolo di Simone Micocci pubblicato il 28 luglio 2026.