Sono 3.200 i miliardi di euro varcati per la prima volta dal debito pubblico italiano: a giugno il livello è salito a oltre 3.207 miliardi, con un aumento di 26,2 miliardi sul mese precedente. Un anno prima, a giugno 2025, il debito si fermava a poco più di 3.071 miliardi: la crescita nei dodici mesi si avvicina a 335,9 miliardi.

Il balzo mensile non coincide con un disavanzo di pari entità. Lo spiega Bankitalia nel report di giugno. Il fabbisogno delle pubbliche amministrazioni si è fermato a 13,159 miliardi, mentre la liquidità del Tesoro è salita a 61,710 miliardi, dai 51,928 del mese precedente: è soprattutto quest’ultimo movimento a spiegare la differenza tra le due cifre.

Il rialzo arriva quasi per intero dalle amministrazioni centrali: il debito degli enti locali, al contrario, è sceso nello stesso periodo. Il valore assoluto superato a giugno resta comunque un indicatore parziale. Per capire se i conti pubblici reggono, gli economisti guardano il rapporto tra debito e PIL, insieme al deficit, al costo medio degli interessi e alla scadenza media dei titoli, non al numero in miliardi da solo.

Cambia intanto la platea di chi possiede i titoli di Stato italiani. La quota della Banca d’Italia scende ancora, per effetto della riduzione del portafoglio avviata dalla Banca Centrale Europea dopo la fine degli acquisti netti di bond sovrani. Gli investitori esteri arrivano così al 35,9% dei titoli in circolazione, sopra il 35,7% del mese precedente. La quota di famiglie e imprese italiane, invece, cala al 14,5% dopo il 14,7% registrato ad aprile.

Sul significato di questo spostamento non tutti concordano. L’avvocato Angelo Greco, interpellato sul tema da QuiFinanza, osserva che gli investitori stranieri comprano titoli di Stato per convenienza economica, non per fiducia nel Paese. Un cambio di scenario, aggiunge, potrebbe spingerli a chiedere interessi più alti o a spostare altrove i capitali. Nella sua lettura, un debito in mano straniera per oltre un terzo pone anche una domanda politica su chi lo Stato debba tenere convinto per continuare a finanziarsi.

Il rapporto elenca anche i rischi tecnici di una base di creditori così internazionale: più oscillazioni sui mercati e un legame più stretto con l’andamento globale. Ci sono poi la possibilità che i capitali escano in caso di sfiducia e la minore forza contrattuale se il debito dovesse essere ristrutturato. Il MES stima che uno shock di domanda dell’1% dei titoli in circolazione possa far salire i rendimenti di circa trenta punti base. Su questo fronte l’Italia è messa meglio di altri grandi Paesi europei. La quota in mano a investitori fuori dall’area euro si ferma al 13,4%, contro percentuali più alte per Germania, Finlandia e Francia.

Per chi possiede titoli di Stato, o li sta valutando come forma di risparmio, conta il segnale dei prossimi mesi. L’indicatore da seguire è l’esito delle aste del Tesoro, non il livello record del debito in sé. Finché la domanda estera resta solida, i rendimenti restano contenuti. Un primo segno di debolezza si tradurrebbe invece in cedole più alte sulle nuove emissioni, con un costo aggiuntivo che alla fine ricade sul bilancio pubblico.

Dati e citazioni ripresi da un articolo di Giorgia Bonamoneta per QuiFinanza, pubblicato il 17 agosto 2026 sulla base del report mensile di Banca d’Italia su fabbisogno e debito.