Secondo l’analisi pubblicata da Money.it, il debito pubblico italiano resta tra i più alti d’Europa in rapporto al PIL, eppure gli indicatori tecnici che misurano la reale capacità dello Stato di onorare le scadenze raccontano una storia più tranquilla. Un Paese resta solvibile finché riesce a coprire interessi e rimborsi in scadenza nell’anno, quello che gli economisti chiamano servizio del debito. Non è il rapporto debito/PIL da solo a determinare il rischio di default, ma la capacità di rifinanziare quella massa ogni dodici mesi.

Un primo indicatore lega il fabbisogno annuo, cioè le risorse che lo Stato deve trovare per coprire la differenza tra entrate e uscite, al gettito fiscale dell’ultimo anno. Quando questo rapporto supera il 20%, la crescita del debito accelera oltre il 5% l’anno. Negli anni Ottanta il debito saliva ogni anno di una percentuale compresa tra il 18% e il 25%, mentre il rapporto tra fabbisogno ed entrate oscillava tra il 60% e il 70%. Oggi il valore si ferma al 18,6%, vicino alla soglia ma ancora sotto.

Un secondo parametro confronta il fabbisogno degli ultimi dodici mesi con lo stock di debito del mese in corso. Un rapporto superiore al 5% segnala un ritmo di rifinanziamento insostenibile per i conti pubblici. Negli anni Ottanta questo indicatore si muoveva in una forbice del 20-25%. Il dato più recente si ferma al 3,8%, ben sotto la soglia critica indicata dall’analisi.

Il terzo indicatore misura quanto le entrate coprano lo stock di debito già in circolazione. Nel periodo in cui il rapporto debito/PIL è effettivamente sceso, tra il 1995 e il 2007, quella copertura oscillava tra un quinto e un quarto del totale. Oggi si ferma al 19,3%, un livello che secondo l’analisi di Money.it spiega perché i conti pubblici risultino solidi nonostante lo stock complessivo resti enorme.

Le crisi sul debito sovrano non sono mancate: la fuga di capitali del 1992, e quella del 2011, quest’ultima legata più al timore di una rottura dell’area euro che ai fondamentali nazionali, fino all’intervento della Banca Centrale Europea guidata da Mario Draghi nel luglio 2012. In quei momenti i mercati hanno spesso reagito al rischio percepito più che ai numeri effettivi, senza che il pericolo segnalato si materializzasse davvero.

Con i parametri di solvibilità sotto controllo, il nodo per l’Italia resta la crescita economica. Un Paese che non cresce fatica a mantenere quell’equilibrio nel tempo, indipendentemente da quanto siano solidi gli indicatori tecnici oggi.

Chi investe in titoli di Stato italiani dovrebbe guardare ai prossimi dati sul PIL più che al solo livello dello spread: è la crescita, non il valore assoluto del debito, a determinare se queste soglie resteranno sotto controllo anche nei prossimi anni.

Analisi e dati riportati da Guido Gennaccari su Money.it, pubblicati il 25 agosto 2026.