A febbraio la Corte Suprema ha bloccato l’uso dell’IEEPA per imporre tariffe generali sulle importazioni americane. Cinque mesi dopo i dazi sono tornati, questa volta su basi legali più solide. Il cambio di strumento giuridico non ha attenuato l’effetto sui prezzi, e ora arriva perfino a toccare Bitcoin.

Il nuovo veicolo, riporta Cryptonomist, è la Section 301, prevista dal Trade Act. L’amministrazione ha aperto sessanta indagini a marzo, ciascuna centrata sul rispetto dei divieti sul lavoro forzato nei singoli paesi coinvolti. Mesi di audizioni e consultazioni con decine di governi hanno reso l’impianto assai più arduo da contestare nelle aule dei tribunali. Il meccanismo precedente si appoggiava invece su una sola misura d’emergenza.

Da fine luglio le nuove aliquote riguardano sessanta economie partner. Chi ha introdotto divieti effettivi sul lavoro forzato paga un supplemento del 10%, chi non lo ha fatto ne paga uno del 12,5%. La copertura è quasi totale: tocca il 99,4% di tutto ciò che gli Stati Uniti importano dall’estero, secondo i dati diffusi dall’esecutivo americano. Trump stesso non ha smentito la somiglianza con le misure bocciate a inizio anno.

Jamieson Greer, alla guida della delegazione commerciale USA, ritiene che l’impatto economico resterà limitato: imprese e listini, dice, hanno già digerito livelli tariffari alti in passato. Martin Jacob, docente all’IESE Business School di Barcellona, dove si occupa di temi legati all’accounting, legge il ritorno della misura in modo opposto. Per lui segnala un obiettivo preciso: trasformare i dazi in una componente stabile della strategia commerciale, non usarli come leva negoziale temporanea.

Il momento non aiuta. Il greggio viaggia di nuovo oltre quota 100 dollari al barile per lo scontro che vede contrapposti Washington e Teheran. Secondo Emma Moriarty di CG Asset Management, lo scenario da prezzare ora è crescita debole insieme a inflazione persistente.

Matthew Ryan di Ebury osserva che affidarsi alla Section 301 chiude il varco legale che aveva permesso ai giudici di bloccare il primo tentativo. Senza quella via d’uscita, per i mercati i dazi diventano un ostacolo duraturo allo sviluppo mondiale, altro che rischio passeggero. La prossima riunione della Federal Reserve pesa quindi più del solito, con un rialzo dei tassi entro dicembre che ora sembra plausibile, mentre fino a poco tempo fa si dava per scontato che restassero fermi sino al 2027.

Bitcoin non ha alcun legame diretto con la politica commerciale americana. Ma la subisce lo stesso, attraverso il canale che muove ogni bene rifugio senza flusso di cassa proprio. Quando i rendimenti dei titoli di Stato salgono, gli investitori istituzionali preferiscono quelli ai beni più rischiosi.

È già successo. In un precedente episodio di tensione sui dazi, i deflussi netti dagli ETF spot su Bitcoin si sono avvicinati ai 235 milioni di dollari in pochi giorni. Tra i fondi più penalizzati figurano Bitwise, ARK Invest, Grayscale e Fidelity. Anche la produzione fisica ne ha risentito: alcuni grandi produttori di hardware dedicato al mining hanno spostato impianti negli Stati Uniti per ridurre l’esposizione ai dazi.

Alan Siow, di Ninety One Asset Management, descrive la fase attuale come un’evoluzione della prima ondata tariffaria. I governi colpiti reagiscono per ora con cautela. Riservano un’escalation più dura al momento in cui l’effetto reale sui loro conti sarà più chiaro.

Chi ha un’esposizione cripto dovrebbe guardare ai prossimi dati settimanali sui flussi degli ETF, più che al prezzo del momento. È quel numero, insieme all’esito della riunione della Fed, a dire se la soglia attuale regge o cede.

Dati e dichiarazioni ripresi da un articolo di Francesco Antonio Russo pubblicato da Cryptonomist il 2 agosto 2026.