Il caldo del mare ha colpito cinque volte quest’estate, e l’ultima ondata ha causato danni pesanti alla mitilicoltura tra il Veneto e l’Emilia-Romagna. Nei tratti più colpiti della costa emiliano-romagnola è andata persa oltre il 90% della produzione di cozze. Confcooperative Agroalimentare e Pesca stima danni diretti già sopra i 50 milioni di euro, una cifra che l’associazione prevede destinata a crescere.

La fascia più colpita si trova tra Porto Garibaldi e Goro, dove sono concentrati sei impianti su dieci tra quelli attivi in mare nella regione. Qui il rialzo delle temperature si è sommato all’anossia, la carenza di ossigeno sui fondali: le due cause insieme hanno cancellato tra 20.000 e 25.000 tonnellate di cozze.

Il danno più grave, però, non riguarda solo la produzione già pronta. È andato perso anche il novellame, il seme indispensabile per riavviare il ciclo l’anno successivo. Ogni allevamento segue un calendario rigido di semina e raccolta: senza quella base, gli allevatori rischiano di restare senza prodotto pure nella stagione 2027, non solo in quella attuale.

Il fenomeno era arrivato in Veneto già qualche settimana prima. Nella zona della Sacca di Scardovari, provincia di Rovigo, il mare ha toccato i 32 gradi proprio nella fase più intensa delle vendite estive, cancellando circa mille quintali di cozze in pochi giorni. A fermare la commercializzazione delle cozze lagunari con marchio Dop è stato il consorzio dei pescatori del Polesine.

Vadis Paesanti ricopre il ruolo di vicepresidente per Confcooperative Agroalimentare e Pesca in Emilia-Romagna, e ha spiegato ad ANSA che il comparto aveva già incassato un colpo a fine luglio, quando le alghe avevano danneggiato le vongole. Ora si aggiunge una seconda emergenza nella stessa estate. A soffrire, secondo Paesanti, non è più solo la laguna: anche il mare aperto mostra segni di stress termico marcato. L’associazione ha chiesto che l’area colpita sia dichiarata in stato di calamità naturale, un passaggio che aprirebbe la strada a indennizzi statali e sospensioni fiscali per le cooperative danneggiate.

Il punto debole della filiera resta il calendario produttivo. Un allevamento che perde il seme in un’estate non riparte l’anno dopo, ma quello successivo: il buco nell’offerta si trascina più a lungo di quanto racconti da solo il bilancio dei danni di quest’anno.

Per chi lavora nella pesca e nell’acquacoltura dell’Alto Adriatico, la decisione sullo stato di calamità naturale, attesa nei prossimi mesi, stabilirà se le cooperative colpite riusciranno a ricostituire gli impianti in tempo per il 2027, o se la crisi si allargherà a un altro anno di produzione.

Dati e dichiarazioni riportati da Open in un articolo firmato da Cecilia Dardana e pubblicato il 29 agosto 2026.