Un deposito vincolato che rende il 4,3% lordo sembra superare comodamente un BTP decennale offerto al 3,67%. Il divario si assottiglia di parecchio quando si guarda al rendimento netto: la tassazione dei due prodotti non è la stessa, e cambia la classifica. Il confronto, ripreso da Money.it, ricorda che le banche pubblicizzano il rendimento lordo come la cifra che conta davvero, mentre è il netto a decidere chi vince.
Gli interessi dei conti deposito scontano una ritenuta del 26%, l’aliquota ordinaria sui redditi da capitale privato. Su 20.000 euro di capitale versato, il conto renderebbe 860 euro lordi in un anno. Tolta la ritenuta restano circa 636 euro. A quella cifra si aggiunge il bollo bancario dello 0,20%, calcolato ogni anno sul capitale versato: quaranta euro in più da sottrarre. Il netto finale scende così a circa 596 euro, un tasso reale del 2,98% circa.
Le cedole dei BTP scontano invece un prelievo del 12,5%, la metà esatta di quello applicato ai conti deposito. Applicato al 3,67% lordo della nuova emissione, il prelievo ridotto porta il rendimento netto al 3,21%, appena 23 punti base sotto il conto deposito dell’esempio sopra. Il distacco tra i due strumenti scende così da 63 a 23 punti base non appena si passa dal lordo al netto.
Il conto deposito gode della copertura del FITD, il fondo che tutela i depositanti fino a 100.000 euro a testa per banca in caso di crac dell’istituto. Il BTP porta con sé il rischio Paese: alla scadenza, chi ha investito conta sul fatto che lo Stato italiano riesca a ripagare il proprio debito. Nell’area euro, per un debito sovrano come quello italiano, un’insolvenza in un orizzonte decennale resta un’ipotesi statisticamente rara, ma non è corretto considerarla nulla.
Con la liquidità, il rischio si sposta. Chi scioglie il deposito in anticipo perde gli interessi maturati, ma il capitale versato resta intatto. Chi invece vende il BTP prima della scadenza lo fa sul mercato secondario, dove il prezzo oscilla con i tassi: se salgono, la perdita in conto capitale può cancellare le cedole già incassate. Il tasso BCE sui depositi è oggi al 2,25%; quanto al tasso principale di rifinanziamento, si ferma al 2,40 per cento. Su un titolo lungo come un decennale, la duration amplifica ogni movimento dei tassi molto più che su una scadenza breve.
L’inflazione prevista per il 2026 si aggira attorno al 3,0%, un livello che lascia a entrambi gli strumenti un guadagno reale minimo. Il netto del BTP, circa 3,21%, batte l’inflazione di appena 0,2 punti: un margine sottile, che si riduce ulteriormente se i prezzi restassero alti nell’eurozona più a lungo del previsto.
Il deposito a 12 mesi ha un vantaggio che i numeri lordi non mostrano: alla scadenza permette di rivedere la scelta e spostarsi su un prodotto migliore se i tassi cambiano rotta. Chi compra il BTP oggi resta legato a queste condizioni fino al 2036.
Chi ha più di 20.000 euro da investire dovrebbe rifare il conto sulla propria cifra esatta. Sopra quella soglia il bollo pesa di più sul conto deposito, e il vantaggio lordo del 4,3% rispetto al BTP può ridursi quasi fino a sparire prima della prossima scelta tra rinnovo del deposito o acquisto in asta.
Dati e confronto ripresi da un’analisi di Tommaso Scarpellini pubblicata su Money.it il 29 luglio 2026.