Diverse banche italiane hanno rilanciato conti deposito con un tasso del 4% annuo, un numero che non si vedeva da tempo su questo tipo di prodotto. Secondo Money.it, che ha messo a confronto le principali offerte disponibili martedì 22 settembre, quel 4% nasconde condizioni molto diverse tra un istituto e l’altro.
Il primo dettaglio da capire è che il 4% è quasi sempre un tasso annualizzato, non l’interesse realmente incassato. Chi resta vincolato per sei mesi matura un interesse lordo che sfiora il 2% del capitale investito, non il 4%. Con quattro mesi di durata il rendimento lordo scende a circa l’1,33%. Il tempo per cui il capitale resta fermo conta quanto il tasso nominale, se non di più.
Le offerte sul mercato lo dimostrano bene. Crédit Agricole propone il 4% lordo sulla nuova liquidità con quattro mesi di durata, fino a un milione di euro a testa, oppure sei mesi al 3%. Banca Mediolanum offre il 4% per sei mesi fino a 500.000 euro, riservato a chi apre un nuovo conto e accredita lo stipendio entro fine ottobre, con la possibilità di ritirare la somma in anticipo senza perdere gli interessi già maturati. ING lega invece il suo 4% dodici mesi al Conto Arancio, con obbligo di accredito dello stipendio o di un bonifico mensile da almeno 1.000 euro. Credem arriva fino al 4,25% per sei mesi, ma solo per chi versa nuova liquidità e sottoscrive contemporaneamente un prodotto d’investimento: qui il rendimento del deposito non si può più leggere da solo, perché i costi e i rischi del prodotto collegato entrano nel conto.
Dopo le tasse, il quadro cambia ancora. Il fisco preleva il 26% sugli interessi maturati dai conti deposito, a cui si aggiunge l’imposta di bollo dello 0,20% l’anno sulle somme ferme. Un 4% lordo diventa così il 2,96% netto considerando solo la tassazione degli interessi, e scende al 2,76% se si include anche il bollo su base annua.
Un esempio aiuta a capire la differenza. Con 50.000 euro fermi per un anno intero al 4%, l’interesse lordo arriva a 2.000 euro. Il prelievo fiscale del 26% ne porta via 520 euro, e altri 100 se ne vanno con il bollo, per un netto finale di 1.380 euro. Se lo stesso vincolo dura sei mesi invece di dodici, l’interesse lordo scende a circa 1.000 euro e il netto, prima del bollo, si ferma a 740 euro. Con quattro mesi di promozione l’interesse lordo si aggira sui 667 euro, che diventano poco meno di 500 euro una volta pagate le tasse.
Il raffronto con BOT e BTP non è automatico. I titoli di Stato scontano un’aliquota agevolata del 12,5% sugli interessi, meno della metà rispetto ai conti deposito, ma pagano anch’essi il bollo dello 0,20% quando restano custoditi nel dossier titoli. Ai livelli attuali, un deposito al 4% (netto al 2,96% sugli interessi) regge il paragone con le emissioni governative a scadenza molto breve. Su orizzonti più lunghi esistono invece BTP che restano più convenienti, proprio per il vantaggio fiscale.
C’è poi una differenza che riguarda il capitale, non solo il rendimento. Un conto deposito non cambia di valore finché restano valide le condizioni previste dal contratto. Un BTP venduto prima della scadenza sconta invece il prezzo di mercato del momento, che può essere più basso di quello di acquisto se i tassi sono saliti nel frattempo.
Infine la garanzia: il Fondo interbancario che tutela i depositi bancari copre, per ciascun cliente e per ciascuna banca, fino a 100.000 euro, conti deposito compresi. Chi deposita cifre più alte, come il tetto di un milione offerto da Crédit Agricole o i 500.000 euro di Mediolanum, resta scoperto per la parte che supera quella soglia.
Chi ha liquidità ferma sul conto corrente dovrebbe quindi calcolare il rendimento netto sull’intera durata del vincolo prima di firmare, non fermarsi al tasso pubblicizzato in vetrina, e verificare cosa succede al capitale quando la promozione finisce.
Dati e offerte riportati da Money.it in un’analisi pubblicata martedì 22 settembre 2026.