I consorzi di sviluppo industriale italiani fanno 156 miliardi di ricavi in euro e danno lavoro a oltre 466 mila persone. Lo ha stimato il Centro Studi Tagliacarne nel rapporto presentato giovedì 22 ottobre dalla Ficei, la federazione che riunisce i consorzi e gli enti di industrializzazione. Il documento arriva al convegno dedicato al ruolo di queste aree come motore dello sviluppo del Paese, come riporta Il Sole 24 Ore.

Il perimetro è più piccolo di quanto il fatturato farebbe pensare. Le unità locali consortili sono circa 20,7 mila e rappresentano appena lo 0,4% del totale delle imprese non agricole. Eppure quel nucleo vale il 3,7% dei ricavi complessivi, il 3,2% del valore aggiunto (circa 34 miliardi di euro) e il 2,5% degli addetti.

Il confronto più utile è quello tra queste quote. Un’area che pesa lo 0,4% per numero di sedi e porta il 3,7% dei ricavi produce molto di più della media per ogni unità insediata. Lo conferma il dato sul lavoro: la produttività, misurata come valore aggiunto per addetto, supera del 31% la media nazionale.

Anche la composizione degli occupati racconta una vocazione precisa. Tra gli addetti dei consorzi, quelli dell’industria in senso stretto sono il 53,4%, mentre nel resto dell’economia italiana la quota si ferma al 31,1%. In pratica, dentro i consorzi più di un addetto su due è nell’industria.

Il rapporto guarda poi all’estero. La propensione all’export dei consorzi arriva al 15,8%. Il testo del Sole 24 Ore non precisa la base di calcolo né il confronto con la media nazionale, quindi il numero va letto come un ordine di grandezza e non come un primato.

Gli investimenti si concentrano su tre fronti: transizione energetica, digitalizzazione e rinnovamento dei cicli di produzione. Sono le voci su cui oggi si gioca la competitività di un’impresa manifatturiera, ma il testo disponibile non quantifica quanto venga speso.

La geografia è meno uniforme di quanto si immagini. Considerando i soli consorzi della Ficei, nel 2023 le unità locali erano oltre 10,8 mila, in crescita costante negli anni. Abruzzo, Puglia e Sardegna hanno il maggior numero di sedi consortili. Il Molise, per le sue dimensioni ridotte, la Basilicata, penalizzata dallo spopolamento produttivo, e le Marche ne contano meno di tutte.

Il numero assoluto, però, non misura quanto un territorio dipenda dai consorzi. Il Friuli-Venezia Giulia, insieme a Basilicata e Molise, registra il peso più elevato di unità industriali dentro le aree consortili. Veneto e Marche, al contrario, ospitano la quota più alta di unità dei servizi.

C’è anche un limite da tenere presente. Le cifre sono stime del Centro Studi Tagliacarne e il rapporto è stato illustrato dalla federazione che rappresenta i consorzi, cioè da chi ha interesse a mostrarne il peso. Un controllo indipendente sui ricavi e sull’export non risulta nei dati resi pubblici.

Per chi lavora o cerca lavoro in una regione con aree industriali consortili, il dato da guardare è l’impiego industriale: oltre metà degli addetti dei consorzi è nell’industria. Il prossimo passaggio utile sarà capire se gli investimenti in digitale ed energia, annunciati ma non quantificati, si tradurranno in nuove assunzioni.

Dati del rapporto del Centro Studi Tagliacarne presentato dalla Ficei, riportati da Il Sole 24 Ore il 22 ottobre 2026.