Riccardo Di Stefano, che guida per Confindustria l’area dedicata a formazione e innovazione aperta, indica nel calo delle nascite il problema più urgente per l’industria italiana, più della carenza di candidati preparati. Nell’intervista concessa a Il Sole 24 Ore, spiega che senza un’inversione sulla natalità ogni altro correttivo rischia di perdere efficacia nel tempo, e per questo la considera la priorità che la politica dovrebbe affrontare per prima.
Sul divario tra posti disponibili e profili in cerca di lavoro, Di Stefano si dice fiducioso: le imprese hanno reagito aprendo centinaia di academy interne, i programmi di formazione gestiti direttamente in azienda. La ragione è semplice: scuole e università non riescono più a coprire da sole competenze che cambiano troppo in fretta, quindi la parte finale della preparazione tocca ormai a chi assume. È un cambiamento silenzioso nel modo in cui in Italia si costruisce una carriera tecnica, che sposta parte del ruolo formativo dalle aule alle aziende stesse.
Il settore manifatturiero, secondo Di Stefano, va raccontato per come è cambiato e non per lo stereotipo che ancora lo accompagna. Le fabbriche italiane lavorano su tecnologie avanzate e sono dentro sia la transizione digitale sia quella verde, il che spiega perché la domanda di laureati in materie scientifiche e tecniche continua a salire. Il fabbisogno di questi profili arriva quasi a 700mila unità: in metà dei casi trovare la persona giusta resta difficile, un segnale che il collo di bottiglia non è la volontà delle aziende di assumere, ma la disponibilità di candidati formati.
Il secondo ostacolo è la fuga dei giovani verso l’estero, che assottiglia progressivamente il bacino di candidati disponibili in Italia. Di Stefano riconosce che in una fase di produttività debole l’industria paga più di altri settori, ma per chi entra nel mondo del lavoro lo stipendio non basta da solo: pesano soprattutto le prospettive di crescita professionale e un percorso capace di dare stimoli reali. Pesa poi il livello della pressione fiscale e contributiva, che secondo lui meriterebbe una riflessione più profonda. Accanto alla fuga di talenti verso l’estero, Di Stefano segnala un problema opposto e meno discusso: la scarsa capacità italiana di attrarre studenti stranieri, un fronte su cui pensa si possa e si debba fare molto di più.
Il quadro che emerge non è quello di un settore in difficoltà strutturale, ma di un settore che corre più veloce della base di persone disponibili ad alimentarlo. Le academy aziendali tappano un buco di competenze, non il buco demografico che lo genera, e questo limite resterà anche se la formazione interna continuerà a migliorare.
Per chi studia o lavora in ambito STEM, il messaggio pratico è che la domanda resta alta e destinata a restarci: vale la pena guardare ai programmi di formazione interna delle aziende manifatturiere come una scorciatoia verso ruoli qualificati, non solo come un ripiego rispetto al percorso universitario.
Dichiarazioni raccolte da Il Sole 24 Ore nell’intervista a Riccardo Di Stefano pubblicata domenica 23 agosto 2026.