I produttori italiani ed europei di pannelli in legno tornano a chiedere a Bruxelles di escludere l’urea dalle materie colpite dal Cbam, il meccanismo che tassa le importazioni ad alta impronta di CO2. La richiesta arriva dopo che il vertice dei capi di Stato e di governo dell’Unione europea, riunito a inizio estate, non ha prodotto risultati. Ora la partita si sposta al Trilogo di settembre, il negoziato a tre tra Parlamento, Consiglio e Commissione. In ballo c’è il costo di un input chimico che arriva in ogni pannello made in Italy.
Il Cbam è entrato in vigore da gennaio e colpisce i beni la cui produzione genera molta CO2. Tra questi rientra l’urea, un fertilizzante azotato ricavato dal gas naturale che il settore agricolo assorbe per l’85% dei volumi. Il resto finisce nei pannelli, come base delle colle che tengono i truciolati.
Il conto per la filiera parte da qui: l’aggravio previsto oscilla tra 40 e 60 euro per tonnellata ogni dodici mesi, lungo la fase di avvio del sistema. A regime, dopo quattro anni, il rincaro complessivo può salire fra 160 e 240 euro a tonnellata rispetto al prezzo di partenza. Il prezzo dell’urea resta comunque legato al gas, quindi volatile. Dopo la chiusura dello stretto di Hormuz è bastato un bimestre perché quotasse il doppio, fino a 900 euro alla tonnellata nel mese di aprile.
Secondo la ricostruzione del Sole 24 Ore, a guidare la richiesta in Italia è Paolo Fantoni, alla presidenza di Assopannelli, la sigla dei produttori di pannelli che fa capo a FederlegnoArredo. L’associazione porta avanti il pressing insieme a Efic, la federazione europea dell’industria del mobile, perché l’aumento dei costi ricade lungo tutta la filiera, mobilifici compresi. Il tentativo in corso è di allargare il fronte anche alle imprese agroalimentari, che scontano lo stesso rincaro sull’urea usata come fertilizzante.
L’aumento del prezzo delle colle ha già gonfiato i costi dei pannelli. Alcune aziende hanno assorbito il rincaro riducendo i margini, altre hanno alzato i listini, segnalando in fattura quanto di quell’aumento dipende dal Cbam, con l’idea di toglierlo se a Bruxelles la norma cambierà. Il sentimento diffuso, però, è che questo non basti: da settembre sono attesi nuovi rincari di listino, perché ai costi dell’urea vanno aggiunti i rincari di trasporti e gas, più pesanti dopo la crisi in Medio Oriente.
Il rischio più concreto lo mette a fuoco Stefano Saviola, alla guida di un gruppo emiliano che produce sia pannelli sia, attraverso una controllata, le colle necessarie a realizzarli. Per lui la misura nasce da un obiettivo giusto, la riduzione delle emissioni di CO2. Ma rischia di compromettere la competitività di una filiera che rappresenta un vanto del made in Italy: dentro ci sono mobilifici con clienti su ogni mercato del pianeta. Nel gruppo, l’aumento dei costi di produzione riconducibile al solo Cbam vale finora il 3%, con una perdita di margine del 50%. Il margine si è dimezzato. Da settembre, dice, servirà fare di più, perché le tensioni sull’urea non si allentano, anche per la guerra in corso in Iran, e i margini di assorbimento sono ormai esauriti.
Per i mobilifici italiani che comprano pannelli o colle, il punto da monitorare è l’esito del Trilogo di settembre: un’esclusione dell’urea toglierebbe pressione ai listini, una conferma renderebbe strutturali gli aumenti già avviati. Chi ha contratti di fornitura in scadenza a fine anno farebbe bene a negoziarli prima dell’esito del negoziato.
Notizia riportata da Il Sole 24 Ore, a firma di Giovanna Mancini, pubblicata il 15 agosto 2026.