L’estate 2026 ha appena chiuso come una delle più roventi mai viste in Italia, e i numeri cominciano a raccontarla non solo come emergenza climatica ma come voce di bilancio. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, il caldo eccessivo espone oggi oltre 2,4 miliardi di persone che lavorano nel mondo, un dato che si traduce ogni anno in quasi 23 milioni di infortuni e in circa 19mila morti sul lavoro.

L’Organizzazione mondiale della sanità calcola che, oltre i 20 gradi, ogni grado in più faccia perdere tra il 2% e il 3% di produttività a chi lavora. A 32 gradi la capacità di sostenere uno sforzo fisico scende del 40%. A 38 gradi il calo arriva a due terzi. Non è solo un problema di chi lavora all’aperto: capannoni, cucine e magazzini privi di un raffrescamento adeguato espongono allo stesso rischio anche chi lavora al chiuso.

L’impatto si vede già nei conti nazionali. Allianz Trade calcola che nel 2025 il caldo sia costato lo 0,5% del PIL europeo e l’1,2% di quello italiano, il doppio della media del continente. Nel 2030, secondo l’ILO, il conto sarà di un’ora su quarantacinque bruciata dal caldo, il 2,2% di tutto il tempo lavorato nel pianeta: un buco occupazionale grande quanto 80 milioni di posti a tempo pieno che semplicemente non esisteranno. La stima poggia su uno scenario di riscaldamento globale di un grado e mezzo entro la fine del secolo, la soglia che l’accordo di Parigi puntava a scongiurare. La Banca Centrale Europea, dal canto suo, collega l’ondata di calore di quest’estate a un rincaro dei prezzi alimentari freschi tra 0,4 e 0,7 punti percentuali nell’area euro.

Per fermare i cantieri e i campi nelle ore più calde, le regioni italiane usano lo strumento dell’ordinanza, e negli ultimi tre anni il suo raggio d’azione è cresciuto: 15 territori l’avevano adottata nel 2024, per oltre un milione e mezzo di lavoratori; l’anno dopo erano già 18, con 2,3 milioni di persone sotto il divieto; nel 2026 lo stop è arrivato ancora prima dell’inizio ufficiale dell’estate, esteso a tutte le regioni tranne il Trentino-Alto Adige e la Valle d’Aosta. Il meccanismo si basa sulle mappe di rischio elaborate dal progetto Worklimate di INAIL e CNR, che segnalano ogni giorno le zone dove fermare i cantieri diventa obbligatorio (di norma tra le 12

e le 16
).

Il governo ha risposto anche sul fronte del reddito. Il decreto legge 107 è entrato in vigore il 27 giugno e ha riaperto, fino al 31 dicembre, l’accesso semplificato alla cassa integrazione per le imprese che devono fermare cantieri o campi quando il termometro supera i 35 gradi, senza che quei periodi consumino il tetto ordinario di 52 settimane biennali. Le istruzioni operative sono arrivate dall’INPS a fine luglio.

C’è anche un rovescio della medaglia. Le stesse norme europee che impongono nuovi obblighi di rendicontazione ambientale, dalla CSRD al sistema di scambio delle quote di emissione, stanno spingendo aziende ed elettricisti, geometri e consulenti fiscali verso competenze legate a efficienza energetica e gestione dei rischi climatici: non nuovi mestieri, ma versioni aggiornate di quelli esistenti.

Per chi ha un contratto in edilizia, agricoltura o logistica, la prossima scadenza da segnare è il 31 dicembre: fino ad allora resta aperta la corsia semplificata verso gli ammortizzatori sociali pensata apposta per le giornate di caldo estremo, e conviene verificare con il datore di lavoro se l’azienda l’ha già attivata.

Dati ed elaborazioni ripresi da un approfondimento pubblicato da Money.it il 27 agosto 2026.