Chi cerca un investimento a reddito fisso garantito dallo Stato per un orizzonte di otto anni ha oggi due strade praticabili: il buono postale con cedole crescenti o l’obbligazione del Tesoro di eguale durata. Secondo un’analisi di Money.it a firma di Stefano Vozza, pubblicata il 2 agosto, la scelta dipende da rischio, rendimento e struttura dei costi, non da un verdetto univoco. Il confronto è tra il buono a cedola con orizzonte 8 anni e il BTP Tf 5% con scadenza ad agosto 2034.

Il buono fruttifero postale non ha un mercato dove il prezzo si negozia liberamente prima della scadenza. A ritirarlo, sia a scadenza sia in anticipo, è sempre Cassa Depositi e Prestiti, che lo riacquista al valore nominale. Il BTP, al contrario, quota ogni giorno su un mercato regolamentato: il prezzo può salire sopra la pari generando una plusvalenza, oppure scendere se i tassi di riferimento risalgono. Entrambi i titoli restano comunque coperti dalla garanzia dello Stato sul capitale.

Il buono a cedola nasce il 24 luglio scorso con la serie TC008A260408 e offre un rendimento effettivo annuo del 2,00% lordo a scadenza, che al netto delle imposte scende all’1,76%. Quel dato resta fermo finché Cassa Depositi e Prestiti non ritira la serie in corso per lanciarne una nuova. Il BTP Tf 5% con scadenza ad agosto 2034, identificato dal codice ISIN IT0003535157, si muove invece con il mercato. Chiuso martedì scorso a un prezzo di 109,33, offriva uno yield del 3,68%, secondo i dati di Borsa Italiana ripresi da Money.it. Comprarlo più a sconto alzerebbe il rendimento potenziale; pagarlo più caro lo abbasserebbe.

La struttura delle cedole cambia molto tra i due prodotti. Il buono postale cresce a gradini in otto scatti, dall’1% lordo del primo anno fino al 4% dell’ultimo, per cui chi vende prima della scadenza incassa i tassi cedolari più bassi previsti dal piano, quelli dei primi anni. Il BTP paga invece un tasso fisso del 5% lordo ogni anno, ma chi lo tiene fino al 2034 dovrà scontare la perdita in conto capitale sul prezzo attuale sopra la pari. Sommando cedola e perdita, il rendimento medio annuo torna al 3,68% citato sopra.

Sul fronte dei costi il buono fruttifero non prevede spese di gestione, mentre il BTP comporta commissioni di negoziazione e il costo del dossier titoli. La tassazione invece è identica per entrambi: aliquota al 12,5% sulle cedole, bollo annuo dello 0,2% e nessun impatto sull’ISEE se il valore investito resta sotto i 50.000 euro a famiglia. Chi investe cifre importanti e ha già un portafoglio diversificato tende a diluire il peso delle commissioni fisse, e in quel caso il BTP resta competitivo anche al netto dei costi. Chi invece muove importi contenuti, o cerca solo l’assenza di rischio, trova nel buono postale la scelta più semplice.

Chi valuta uno di questi due strumenti dovrebbe partire dal proprio portafoglio esistente, non dal solo confronto dei rendimenti: un titolo nuovo ha senso se copre una scadenza o un rischio non ancora presente, altrimenti si sovrappone a quello che c’è già. In caso di dubbio, conviene chiedere un confronto a un consulente indipendente pagato a parcella, per evitare conflitti di interesse sulla vendita del prodotto.

Analisi e dati riportati da Money.it, a firma di Stefano Vozza, pubblicata il 2 agosto 2026.